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Un bacio ancora

É la sera di un giorno andato, anche questo, caldo, incerto.

Sento il fruscio dei suoi movimenti sotto le coperte, nell’altra stanza, mentre traffica con il telefonino.

Il respiro profondo di G. I. che dorme nel suo lettino.

Un colpo di tosse e il sonoro di un videogioco attraverso la porta chiusa.

A volte un cane abbaia per la strada e in cucina trionfa il ticchettio dell’orologio.

E io me ne sto qua a trastullarmi di fantasie e ricordi, senza distinguere questi o quelli.

Dev’essere però, ché sto sdraiata su questo divano …

G. I. aveva cinque giorni. Eravamo appena tornate a casa. E c’era così tanto sole.

Ero sdraiata su questo divano. Sonnecchiavamo.

Ma non c’era davvero silenzio, come adesso. E lui non ha aspettato che fossi sveglia per prendere con le sue, le mie labbra e tutta l’anima.

Un istante.

Un fatto vero.

Adesso abbiamo spento tutti, uno ad uno la luce.

Clic. Clac. Clocloc …

Rimane la notte, intorno.

Scacciapensieri

La musica dal vivo, l’aria aperta, in mezzo alla gente. Non ci capitava da un anno. L’ anno di G. I. (11 mesi e 15 giorni).
Il bello di vivere in città è che si è più vicini agli eventi e dopo il pranzo della domenica si può andare in centro, in un antico palazzo, a visitare la fiera del bio, dove i volti sono tutti rilassati e l’abbigliamento è comodo.
E dove può succedere di ascoltare sette suonatori di scacciapensieri.
La sera si è rinfrescata e il brusio della gente si mescola al donghi ‘ndiri donghi dong ‘ndiri donghi don.
Un suono antico, ipnotico, rurale. È uno strumento poetico, solitario. A tratti orrendo, distorto. Mi fa pensare a infiniti spazi, al di là dei miei.
G. I. dorme incollata al mio seno. Siamo legate in fascia e io posso ondeggiare con questa musica, sentire i piedi a terra sostenere il peso del corpo, il suo e il mio.
Siamo fluide, armoniose.
Donghi ‘ndinghi donghi dong ‘ndiri donghi don.
Sembra di stare in vacanza, in un paese lontano. Mio marito è molto serio, passeggia appena, alla fine si lascia andare a due chiacchiere.
– Questi musicisti lo strumento se lo portano in tasca!
Tutta la musica in una tasca.
Mi guardo intornocon divertimento.
Donghi ‘ndiri donghi dong ‘ndiringhi donghi don.
Esistono vite che non conosceremo mai, paesi dei quali sentiremo solo raccontare; vivono milioni di persone e pensieri e suoni che possiamo appena sfiorare, immaginare.
‘Ndiri donghi ‘ndiri donghi dong ‘ndiri donghi don ‘ndiri donghi don.
E in mezzo a tutto questo ci sono io.
I miei suoni.
La mia pelle.
I miei passi.
Donghi ‘ndiri donghi dong ‘ndiri donghi donghi don ‘ndiri don.
Accanto a me c’è una coppia che danza.
Lei ha i capelli lunghi e neri sciolti sulla schiena. Porta un abito lungo fino alle caviglie e ai piedi un vecchio paio di espadrillas.
– Quando mi hai conosciuta ti sarei piaciuta vestita così?
– Un po’ meno.
Mi ricordo un vecchio paio di jeans e una maglia di lana leggera con una fantasia a macchie lilla verdi e blu. Come fossero boccioli. I capelli mi arrivavano sotto la nuca. Sono passati otto anni. Era una serata mite di fine ottobre. Adesso porto i capelli lunghi fin sotto le spalle.
Donghi ‘ndiri donghi dong ‘ndiri donghi donghi don ‘ndiri ‘ndiri donghi don.
C’è un uomo che suona. Viene dalla Jacuzia. Con la sua famiglia, e hanno gli occhi lunati e le guance sode.
Poi quattro siciliani e un ungherese. Una sola donna, canadese, che suona lo scacciapensieri di Bali.
Tutto intorno la gente vaga, qualche bimbo gioca, altri dormono.
Donghi ‘ndiri ‘ndiri donghi don don don ‘ndiri.
Per un solo istante mi immagino lì da sola, come se avessi vent’anni. E tutto ancora potrebbe succedere.
Donghi ‘ndiri donghi ‘ndiri don ‘ndiri donghi ‘ndiri donghi don.
Applausi.
– Andiamo a casa.
Donghi ‘ndiri donghi ‘ndiri don ‘ndiri donghi ‘ndiri donghi don. Ad libitum.

“Viento”, Pino Daniele

Viento

In questi giorni di fine agosto il caldo è insopportabile.
Nell’aria si sente l’ odore dolciastro del mosto e ovunque ronzano e si posano le mosche.
Ci trasferiamo in città, e per qualche tempo resteremo ospiti della nonna paterna di G. I. (11 mesi e 2 giorni).
Questa gagliarda signora vive in una casa con un giardino e una tartaruga.
Qui, alla fine della giornata, ci siamo messi a letto, esausti.
G. I., mio marito ed io dormiamo nel lettone della nonna. I nostri bagagli intorno.
Lei e il papà si addormentano nella stessa carezza.
Io sono un po’ tesa. Ripenso alle cose portate via. Così tante cose, accumulate.
Ci è voluta molta forza. Sento l’ odore amaro del sudore sciogliersi dai nostri corpi sulle lenzuola.
La finestra è aperta. La luce della notte, che entra dalle persiane, getta un luccicore pallido sui contorni della stanza.
Tengo gli occhi chiusi, ma è come se le mie palpebre fossero velate, trasparenti. Intanto il giardino risuona di fruscii, scricchiolii, aliti. Sembra che quel piccolo fuori, circondato d’edera, sia popolato di infinite, misteriose, lucenti creature che chiamano ad una celebrazione tutti i miei pensieri.
Mio marito è sdraiato su un fianco. Il respiro profondo lo fa somigliare ad una creatura favolosa. È come se dormisse da sempre. Giovane, forte, perfetto.
Soffia un gran vento. Apro gli occhi.
Loro, dormono. Non lo sentono?
Io sono travolta da questo fragore ondoso. Le foglie del giardino hanno il suono di mille nacchere, che battono tutte insieme.
Vorrei stringermi accanto a D., invece me ne sto ferma, sdraiata, in silenzio, ad ascoltare.
Ogni cosa deve cambiare. Lo so.
Mi viene in mente la mansarda, il campanile del paese, il colore della Montagna, in autunno. L’ abbiamo lasciata.
Il giorno del nostro matrimonio, il suono della chitarra e le risate.
Adesso lasciamo la casa “terrana”. La pineta. Le vie silenziose.
La nuova casa è grande, luminosa. È la casa della mia famiglia: l’ha costruita il padre di mio padre. Lui mi ha tenuta in braccio quando ero molto piccola. L’ho visto in una foto, e niente di più.

Mi risuona improvvisamente in testa una canzone che piace a D. e il suono del vento, come un rumore di fondo, mi avvolge completamente. Mi sento immersa. Posso chiudere di nuovo le palpebre. Immagino il giardino dilatarsi, le foglie ondeggiare. Da qualche parte la tartaruga sta dormendo, forse. O attende.
E mi addormento.

J. S. Bach, Das Musikalische Opfer (L’offerta musicale)

L’Offerta Musicale

È una di quelle mattinate in cui il tempo è segnato dall’attesa.
Certe nuvole bigie avvolgono il profilo indaco della Montagna.
Il cielo sopra il nostro tetto è terso, ma getta una luce sbiadita, un po’ deprimente sulle cose.
Oggi vengono i miei genitori in visita. Il nonno e la nonna.
G. I. (10 mesi e 26 giorni) ed io compriamo qualche verdura dal fruttivendolo e del pane per il pranzo. La nonna ha chiesto di mangiare il cous cous.
Mi sento terribilmente pigra.
G. I. invece, è tutta un gattonare tirarsi su rimettersi giù aprire sportelli chiudere sportelli svuotare ceste scuotere oggetti andare venire dalle mie tette.
Weiweiwei.
Büjièbüjiè.
eeeeè? (Glissato ascendente verso un Mi) eeeeè? (Glissato discendente verso La). Una quinta giusta, quasi sempre; qualche volta all’ottava più bassa. Ad libitum.
Le porgo un pezzetto di pane.
Mordicchia. Rosicchia. Sbrindella. Briciole ovunque.
Aaaaaaaaaahhhhhhh!!!
Pausa.
Edlibü.
Chissà cosa sta rimuginando, seduta come un Buddha. Lo sguardo fisso. Il musetto serio.
Dura un istante. Poi un’idea la risveglia, e si ricomincia.
In piedi qualche passetto meglio giù scuotere cercare ballonzolare battere aprire e chiudere sportelli la cesta è tutta vuota cose sparse prendere questo e quello.
Ciucciare.
É molto concentrata, se la sta proprio gustando.
E mi rendo conto di essere rimasta per il tutto il tempo in silenzio. Ho il magone e accendo la radio.
– Radiodiffusionerai. Guillaume Dufai, Ballata dedicata a Niccolò di Ferrara
L’allattamento può essere alienante. Questi suoni antichi (o forse, basta l’idea che lo siano) sono un sollievo. Mi viene in mente un viale alberato. Deserto. Il fruscio di una veste e un incedere leggero e vago. Il mio.
Si è addormentata. La adagio sul passeggino.
È mezzogiorno. I nonni sono in ritardo, e anche io. Devo preparare quel cous cous, stufare le verdure.
Dorme profondamente. Meravigliosamente.
– Radiodiffusionerai. Johann Sebastian Bach, Das Musikalische Opfer, Ensemble Arion
Devo cucinare. E G. I. dorme. Dentro questa musica. Dorme completamente abbandonata. La bocca un po’ aperta, il respiro lento.
Posso farcela. Basta evitare i rumori improvvisi. Non interrompere il continuum.
Detesto il rumore inevitabile del pentolame. Ci vuole lentezza.
Respiro.
Mi lascio sostenere dalle geometrie astratte di questa musica perfetta.
Adesso sono una linea. Mi fletto con morbidezza. Sono tutt’uno con l’aria intorno a me.
Cambio.
Lavoro.
È come stare dentro un caleidoscopio.
Prendo le verdure dal frigo semi vuoto.
Le carote hanno un colore vivo. Le taglio a rondelle. Quando affondo il coltello nella fibra profumata di terra, la sento spezzarsi, con uno scricchiolio sordo, legnoso.
Ascolto.
Il porro è spesso, lucido, troppo resistente, inflessibile. La lama del coltello non scivola, s’impiglia.
Controllo. Dorme.
La zucchina ha una polpa matura e vellutata, ma la buccia è piena di imperfezioni. Faccio più in fretta. Ho le mani bagnate e un po’ appiccicose.
Dispongo tutto insieme in un cestello di metallo, pochi pezzi alla volta, come fossero di porcellana.
Sembra una composizione contemporanea.
Un alito. E la fiamma è accesa. Metto a cuocere.
Silenzio.
Un’attesa.
Un gemito.
È sveglia.
E un istante dopo il caleidoscopio ricomincia a girare.
Tengo G. I. un po’ in braccio, mentre ascoltiamo. Sembra quasi che questa musica non debba finire. Non penso a niente: ho la mente sgombra. Sono semplicemente qui, adesso, e lei è con me, quieta.
A guardarla non sembra diversa. Eppure qualcosa mi sfugge.
Cosa è successo mentre dormiva?
Cosa è cambiato in lei?
Nei suoi occhi c’è un’espressione intensa, come se le cose intorno a lei fossero impregnate di una sembianza più matura. C’è un pizzico di stupore nei suoi lineamenti, e una specie di sorriso segreto.
Cosa conosce delle cose e del tempo in questo istante?
Cosa significa per lei questa vibrazione che inonda lo spazio? Lei sa qualcosa che io ho dimenticato. La dimenticherà anche lei, imparando.
Nell’aria, il vapore ha il profumo morbido delle verdure. Scivola sulla nostra pelle, la veste.
La metto giù.
Si guarda un po’ intorno. Sì, è la solita stanza, le solite cose. La luce si è fatta più intensa. Strizza un po’ gli occhi e soffia con le narici, mostrando i dentini.
– Radiodiffusionerai. Suona il campanello.
Abbasso il volume.
G. I. scuote la testa e gattona verso la porta.
Io la seguo, pigramente.

Le nuvole. Keith Jarrett – The melody at night with you (full album)

Ascolta Keith Jarrett

É passato mezzogiorno.
Mi siedo sulla poltrona e G. I. (10 mesi e 16 giorni) è sdraiata su di me.
Mia madre sta mangiando della frutta estiva.
C’è una quiete profonda e densa. Si sente solo il ronzio del pc acceso e il mio clic clic. G. I. si stropiccia gli occhi mentre segue la freccetta muoversi sul Desktop.
Documenti/Musica/Keith Jarrett/The melody at night with you

I. I loves you Porgy
G. I. si è addormentata, il suo corpo abbandonato al mio. Guardo fuori.
Il vento scuote l’orlo dell’ombrellone e la cima di qualche pianta selvatica che cresce in cortile.
Grosse nuvole bianche e grigie attraversano il pezzo di cielo incorniciato dalla finestra. Tra qualche ora, forse, pioverà.

II. I got it bad and it ain’t good
Mia madre comincia a dire dei suoi ricordi, della sua amica d’infanzia e di qualche stranezza, come lavarsi i denti con il sapone Scala e bere latte di capra a colazione. Il suo racconto scorre insieme alle note, familiare, un po’ malinconico. Quasi non faccio caso.
Da un luogo che non si vede, tra le nuvole, filtra la luce dorata del sole.

III. Don’t ever leave me
E rimane per un po’, sospesa.
G. I. sta ciucciando il seno. Dorme ancora.

IV. Someone to watch over me
Le nuvole, improvvisamente ingrossate, si muovono lentamente, e gettano un’ombra.
“Questa è una bella melodia.” Dice mia madre, mentre riassetta in cucina.
Adesso parla di sua madre e di una lettera. Qualcosa di doloroso.
Poi sparisce nell’altra stanza.

V. My wild irish rose
Questa era la musica che ascoltavo mentre a casa facevo gli esercizi preparto.
Appena nata, G. I. ed io ci siamo rannicchiate nella stessa luce, nelle stesse onde.
Per un istante il cielo è completamente sgombro.

VI. Blame it on my youth – Meditation
Ho un regalo, è un libro sul Buddismo. La copertina ha dei fiori in tutte le sfumature del rosso.
Leggo qualche pagina.
G. I. apre gli occhi un istante, sorridendo con un’espressione intontita.
– Ah … sei tu mamma … meno male. Sembra dire.
Poi si muove su di me, come dentro il nido.

VII. Something to remember you by
VIII. Be my love
Le nuvole sono una strana presenza. E vanno.

IX. Shenandoah
Le sue gambine sono intorno ai miei fianchi. La sua guancia è tra i miei seni. Le mie braccia la stringono. Siamo perfette così.
Troppo. È quasi insostenibile.

X. I’m through with love
E si sveglia.
La colpa è delle nuvole che passano troppo in fretta.

Niente

Esco. Da sola. Nella sera.
Niente soldi. Niente telefono. Niente chiavi.
Niente.
L’aria intorno è tiepida, umida.
La via, deserta.

A pochi metri dalla casa in cui viviamo c’è un portone di legno verde, con una lanterna e una pianta d’edera intorno.
La sera è sempre accesa.

Mi fermo per appena un attimo.
E vado avanti.
La mia bimba (10 mesi e 14 giorni) è rimasta a casa con il suo papà.

Ho sulla pelle la terribile sensazione della sottigliezza. E il silenzio.
Mentre cammino, i miei passi frusciano sulla strada coperta di sabbia nera. La sento anche tra le dita, perché porto le mie infradito. E luccica nel riflesso della luce dei lampioni.

C’è aria di festa in paese.
Al passaggio di una macchina, l’aria si è scossa e sento i muscoli del mio bacino ammorbidirsi. La mia colonna vertebrale ondeggia.
Mi viene incontro un brusio, di voci e suoni.

Alla Villa Comunale c’è il Cinema all’aperto, in piazza le bancarelle dell’artigianato locale.
Sembra un quadro di Renoir: i volti ridenti, le corse dei bambini, lo scroscio della fontana, le chiacchiere vaghe.
Le vibrazioni nell’aria sono tutte intorno alla mia testa e alle mie spalle, come un arabesco.
Mi muovo con i piedi a terra, morbidamente sorretta, dentro un equilibrio di piccole cose, come dentro un liquido.
E non penso a nulla.
Però immagino le linee del mio corpo, della mia andatura. E la pianta dei miei piedi si allarga, il mio passo affonda. Le caviglie si flettono con eleganza. Le braccia pendono e le mani sono posate. Le dita stuzzicate da un impressione, tamburellano sulla coscia. Il respiro mi gonfia il petto e non pesa, si espande.
La piazza adesso è frastuono. Mi fermo a guardare un anziano signore che intreccia una sedia.
La mia testa si china, cedendo al fruscio delle corde.
Sono bella.
In questo istante.

Torno a casa, senza fretta.