Archivi tag: Suonare

Passaggi di stato II

Catania, 13 settembre 2004: via dal nido.

Indossavo un completo di lino rosso. Non so perché proprio quello.

E non c’è nemmeno una foto.

Niente.

Solo il programma del mio diploma e quegli istanti.

Il trillo del cellulare in commissione, nell’istante in cui ho preparato, con il respiro, le mani sulla tastiera: ” Scusa gioia.”

La 110 limpida e rassicurante.

Il tema infinito della Quarta Ballata e la nostalgia.

Quei maledetti incroci nel terzo movimento di Pour le piano e la velocità.

Il colore grigio della sala.

Lo sguardo geloso.

9/10: in fondo è un bel voto.

“Che dire, bene, benissimo … ma, non era la solita Valerie.”

Come se sapessero chi è Valerie. O magari ero davvero io, quel 9/10. E non sapevo niente di me.

Il diploma di pianoforte succede una sola volta. Non c’è appello. Non c’è secondo premio.

Adesso il rosso non mi sta più. Mi sta addosso ancora la mia paura. Perché a volte semplicemente non si è pronti ad andare oltre, ma tutti dicono che dev’essere così. Che basta: il programma è pronto.

E con i cedimenti e le imperfezioni del tempo bisogna starci, inseguirli, assecondarli, lasciarli andare … tra un tasto nero e uno bianco, tra la punta delle dita e il respiro del cuore.

Odio la scuola. Mi fa impazzire. Appena imparo qualcosa vanno avanti con qualcos’altro. Sally Brown

 

 

 

 

Fantasia in Do minore

Estate 2006. Non ero sposata. Ero solo innamorata. E studiavo, e suonavo per ore e ore. Non c’era niente di perfetto: non il tempo, nè il fraseggio, e nemmeno il suono. Troppo lento, troppo scolastico, troppo poco rotondo.
Salisburgo a fine agosto può essere gelida. Ed è così lontana. Lo chiamavo da una cabina, con una tessera europea, ché il roaming non era economico.
– Ciao…sai domani suono…i concerti degli allievi.
– Allora vengo! Prendo il treno stasera.
Avrei voluto suonare Mozart.
– A me piace Piazzolla. Perché non suonerai Mozart?
– Perché non lo capisco.
– E il maestro?
– Dice che devo ascoltare Arrau.
– Lo hai ascoltato?
– Non ancora…
– Ascoltiamolo.
– E poi?
– E poi niente. Suoni e basta.

Primavera 2012. Nel frattempo ci siamo sposati. L’autunno scorso. E sono incinta, al quinto mese. A Paternò fa ancora freddo la sera. La chiesa è gelida e l’ acustica è ridondante.
Il direttore artistico introduce il concerto dicendo qualcosa riguardo alla mia attesa e che domani è la festa della mamma.
Io penso a Mozart. Finalmente.
Mio marito non so dov’è in sala. Suo figlio è seduto in prima fila, alle mie spalle.
– Brava…
A 14 anni, sembra suo padre con la camicia bianca.
– Grazie.
– È pazzesco quel pezzo…la Fantasia!

Estate 2015. Nostra figlia compirà tre anni a settembre. Adesso è fine giugno. Il vento mitiga il caldo umido.
– Tre ore al giorno… Quand’è il concerto?
– Fra un paio di settimane.
– Per te ci vogliono un paio d’anni.
– Scemo.
Poi ridiamo.
Quindi da qualche giorno ho ripreso a suonare.
Wolfang Amadeus Mozart, Fantasia in do minore KV 475.
Certa musica non lascia mai la punta delle dita. Come il tocco di un amore non lascia mai la pelle. Entra, col tempo, in profondità, anche se non se ne sa mai abbastanza, anche se non sarà sempre un’esecuzione perfetta, o non è solo a me che appartiene.

Il castello errante di Howl

Ho 35 anni e poco più adesso.
Il mio diploma di pianoforte è passato da dieci anni e sarebbe ora che venisse appeso ad una parete.
Intanto la giornata è bella e torno a casa dopo un’ altra lezione di piano. Nella testa così tante linee si stendono.
La scuola è finita e non devo più sapere che giorno è per scriverlo sul registro. Forse un po’ questo manca …
– Mamma? Devo andare a scuola domani?
– Sì!
– Hmm … Percheeeè …
E poi la porta si chiude e siamo lontane, lei ed io, ed io e il mondo.
Restano le note, ovunque, scivolano, rincorrono, restano, tacciono un istante.
Come le nuvole.
E un tocco.
Niente resta uguale o quel che è. Qualcosa, segretamente, cambia, sboccia.
– Mammina mia! Mi suoni quella di Howl?
Seduta sul gradino, ascolta.

Una casina tutta per se …tricriccliricrictririmcliroctricroc

La notte a volte mi sveglio e non riesco a riprendere sonno. Succede a un sacco di persone sulla faccia della terra.
Non mi sveglia un rumore.
Mi sveglia un pensiero, un’immagine, una domanda. Hanno, queste cose, il suono e la luce del giorno. Sono lì, e si ripetono, restano.
– Dove sarà finita la casetta rossa col tetto giallo?
Perciò la mattina sono andata a frugare di nuovo in cantina.
G. I. è stata molto paziente.
– Mamma, hai finito?
– Non ancora…
– Ah, ok…cos’èeee?
– Una casetta…tricriccliricrictririmcliroctricroc.
Non ho più tutti i pezzi che sono necessari: mancano una finestra e un gancio, ma avanzano due file di tegole. Dentro ci sono un angolo cottura, un lettino e un lume. E lei ha i capelli rossi e una collana di perle.
È così intimo.
Fosse il mio monolocale, mancherebbe solo un pianoforte. (Nelle case Lego non ci sono mai docce e gabinetti)
Magari allargando appena un poco di una fila di mattoni, e con un piccolo soppalco per un futon…va be’, non importa se la scala è troppo corta, e se la scopa e la padella sono appese al muro: ci vuole anche un po’ d’immaginazione.
– Guarda Greta! Ti piace? C’è un pianoforte!
– Ah! Io suono Klavier! Posso?
Infila il ditino.
– Plimplimplim…e la bambulina?
– Può mettersi seduta e suonare.
– Plimplimplim…e ora?
– Prepara un caffè e lo beve in giardino.
– Ah! Ora va a ninna!
La prende, la fa salire per la scala e la sdraia sul futon.
Russa.
– rrrrrrrrr…fffffff…rrrrrrr…fffffff…
Silenzio.
– Sveglia bambulina! Devi pulire! No, puliscio io!
Be’ sì, sembra proprio che tu sia a casa Greta Ilda, una casina tutta per te.

Nell’ozio, nei sogni, la verità sommersa viene qualche volta a galla.
Virginia Woolf

Concerti

L’ anno scorso era il primo concerto di Beethoven. Quest’anno a maggio sarà il secondo di Shostakovic.
Era il ferragosto del 2000 e l’ Elmo Kino a Salisburgo era completamente vuoto.
Tutta la città era deserta, assolata e calda. Avevo vent’anni e forse non ero ancora innamorata, ma ero già lontana da ogni cosa reale.
Il film era Fantasia 2000.
Non avevo mai ascoltato Shostakovic e non amavo ancora Beethoven quanto lo amo oggi.
Doveva ancora accadere ogni cosa e ogni cosa era possibile. E io me ne stavo seduta un pomeriggio di festa in un cinema, con mia madre, a guardare un film d’ animazione.
Me lo ricordo.
E mi ricordo anche un vecchio libro con la storia del soldatino di stagno che guardavo per ore da bambina.
Le piccole cose della nostra vita sono legate allo stesso, lungo, invisibile filo.
Non sarà, a maggio, un concerto in un auditorium importante e prestigioso. È una sala in un palazzo storico del centro città.
Suoneremo a due pianoforti.
Come l’anno scorso abbiamo suonato Beethoven.
Saranno tutti in sala: Greta Ilda, mio marito, suo figlio, le nostre famiglie, qualche amico e il pubblico.
La bella musica si studia con amore e si suona in mezzo alla gente. Questo è. E io questo concerto voglio suonarlo da quei miei vent’anni.
G. I. (15 mesi e 28 giorni) oggi giocava con il suo palloncino blu mentre io mi esercitavo nel passaggio in ottave del primo movimento: la scena del terribile pupazzo a molla.
È una bimba molto coraggiosa.

G. I.’s friday night jam sassion

È venerdì sera. H 10 pm.
Siamo un po’ stanchi, mio marito ed io. Non ricordo bene il perché.
Ma G. I. (14 mesi e 18 giorni) ha voglia di stare in allegra compagnia e organizza i giochi.
Nella sua scatola ci sono i mattoncini di legno, le costruzioni di gomma e qualche strumentino.
Io sono seduta sul tappeto e il papà sul divano.
G. I. guarda molto seriamente dentro la scatola con il musetto lungo.
– Hm! Tah!
Prende il triangolo, impugna il battente e suona.
Ding. Dingdidingdidingdiding.
– Ahahahahahah!!!
E porge il triangolo al papà.
In genere, dopo queste piccole performance, G. I. batte le mani arricciandosi tutta. Stasera ha qualcos’altro per la testa.
Suona il papà.
Ding. Didingdiding.
Ascolta. Ci pensa su.
Lei attende che abbia finito con le manine pronte. Prende il triangolo e lo porge a me, ma tiene lei il battente.
Dlindilindilindilin. Dlindilindilin.
– Papà!
Sbatte i piedini a terra, è contenta.
Ha un’espressione buffa, con il pigiama e la vestaglietta. Ma è molto, molto seria. Lei e il papà si scambiano per un po’ lo strumento.
Suona lei.
Dingdidingdidingdiding.
Suona lui.
Dlindilindilin.
Papà tiene il triangolo e G. I. suona.
Dlindilindilindilin.
– Ah! Ahah!
Ride, ci guarda, con gli occhi grandi.
È deciso: papà suona il triangolo.
Mamma … ha trovato l’ ovetto sonoro!
Scschcccschcccscsch.
Lei un istante si ferma. Puoi scuote le braccia e mi invita a suonare ancora.
Dlindilindilindilin.
Scschcccschcccscsch.
– E Greta Ilda?
Body percussion!
Batte i piedini a terra e con le manine si batte ritmicamente il petto.
– Oh! Oh! oh!
E ride, esprime tutta la gioia del mondo.
– Ahahahahahah!!!
Si arriccia.
Applausi.
Mi viene incontro, si stringe a me, tira fuori una tetta e ciuccia.
Goodnight everybody!!!

Mein Salzburg

Succede all’improvviso.
È come un’ intermittenza.
E resto lì, a metà tra la mia vita com’è, e quell’altra, sfiorata, mai davvero vissuta.
Basta un nulla.
Un alito di vento e un fruscio di foglie, un rintocco di campane da lontano, il suono dei miei passi in una giornata più fredda, la pioggia e i tuoni, la voce di mia madre.
E non sono più qui. Sono altrove.
In un luogo intimamente familiare.
Una città dove ogni altra cosa avrebbe potuto succedere o potrebbe.
Ho ascoltato il suono del fiume, passeggiando all’ombra dei grandi castagni.
Ho mangiato una fetta di torta in un caffè artistico.
Ho preso lezioni di pianoforte e ho suonato Piazzolla su un palcoscenico importante.
Ho sentito il profumo delle spezie all’antico mercato dei fiori.
Ho curiosato a lungo nelle librerie.
Ho camminato nei boschi e sui prati.
Ho fatto l’altalena e gettato una monetina nella fontana del Pegaso.
Ho atteso a casa che finisse la pioggia, o che passasse la noia.
Ho trovato nella cassetta della posta la lettera di un caro amico.
Ho imparato ad andare in bicicletta.
Ho visto i contorni delle cose nella luce del crepuscolo.
Ho visto i campanili dall’alto.
Ho tanto a lungo dormito.
Ho preso l’ autobus e ho incontrato da giovane lo sguardo di un uomo.
Ho sfogliato i disegni di mia madre bambina.
Ho guardato a lungo dalla finestra.
Ho visto la neve cadere e il giardino gelare.
Ho sentito il platano frusciare, ma è stato abbattuto.
Da bambina, ho guardato le fiaccole bruciare durante la notte di Natale.
Ho visto una via antica.
Ho mangiato un pane nero.
Ho atteso alla stazione il mio futuro marito e ho camminato con lui sotto la pioggia di fine agosto.
E sembra tanto tempo fa.

Dormire…so(g)nare…

Foto di Valerie Condorelli
Lomogram_2013-08-25_06-30-14-
Dopo tre ore di studio al pianoforte, Vladimir Horowitz faceva una lunga, lunga passeggiata solitaria nel verde. L’ho letto credo su una vecchia rivista del Reader’s Digest conservata tra le letture di mia nonna.
Una passeggiata necessaria per ritrovare la calma, per tornare ad avere una percezione di se terrena, concreta, prima di riprendere le relazioni e le azioni del vivere quotidiano.
Una regola molto saggia, ma molto difficile da mantenere in una vita comune.
Una lunga, lunga passeggiata solitaria nel verde. Mi viene in mente il giardino di Villa San Michele ad Anacapri. Non saprei immaginare altro luogo.
Ogni giorno o quasi, dopo tre ore di studio, apro la porta della mia stanza della musica e tutto è già lì che brama la mia presenza. Quel giardino segreto che guarda sul mare, lo lascio lì, tra le attese. E con le vibrazioni attaccate ancora dentro e fuori di me, riprendo la cura dei cari, il lavoro e le attività domestiche.
Non è facile.
La musica non ti lascia andare, è gelosa.
G.I. (un anno e sette giorni) lo sa, ma lei è come la musica.