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Senza silenzio

Lo diceva John Cage che il silenzio davvero non esiste. Non esiste in sala, anche se tutti stanno zitti. Non esiste a casa mentre dormi.
Non esiste. C’è sempre un rumore di fondo, un fruscio, un soffio, un passo.
Non esiste nemmeno dove si prega.
Ci sono sempre le voci – la mia, quella di mia figlia e di tutti quanti gli altri ora e nel tempo – certi suoni – il vento tra gli alberi o sulle rocce, una porta che viene chiusa, una funivia in movimento, l’acqua che scorre da un rubinetto – e hanno un suono i ricordi, polifonici, tessuti.
E da ciò dipende l’attesa, credo.
Se davvero il silenzio fosse condizione possibile non sarei qui io stessa, in questo momento, viva, nella notte calda, sudata, tenuta sveglia, anche solo appena.

Geco

A volte la mattina in città c’è un gran silenzio.
Sembra che nessuno abbia voglia di cominciare la giornata.
Il tempo è più lento, il cielo è un po’ sbiadito ma sereno. Forse c’è un uccellino che cinguetta, una macchina che passa lontano, una voce di donna. Nient’altro.
E succederanno sempre le stesse cose.
Rassicuranti, familiari, un po’ noiose.
Mi viene in mente Schubert.
E vedo un geco sulla soglia del mio balcone. Per poco non lo avrei calpestato. Non scappa. Lo prendo e lo metto in un vaso, nel cortile e rimane immobile. Come tutto il resto.

Piccoli Musicanti III

Ci sono F. (quasi 24 mesi) e la sua mamma. Gli altri bimbi non ci sono ancora.
Oggi fa un gran freddo.
F. corre ridendo per tutta la stanza della musica.
La mamma attende un po’, poi si siede sul pavimento.
Io comincio a cantare e lui si abbraccia alla sua mamma.
Fuori è già buio. Gli altri bimbi non verranno. È l’ inverno.
Tiro fuori i foulard colorati.
F. ne prende alcuni e gioca a nascondere il volto della mamma.
Lei si lascia andare completamente al suo entusiasmo. Si baciano, si chiamano, si sorridono.
F. guarda il foulard, si mette seduto, li raccoglie intorno a se e li percuote con le mani.
Intono un chant per accompagnare il suo gesto.
– Pa pa pa!
Li teniamo tra le mani, li strofiniamo, li lanciamo.
– Frrrrr … Pa!
Ci sdraiamo.
Poi F. fa un’espressione gioiosa e stupita. Indica la sua scoperta!
– Oh! Oh!
Guardo sotto il mobile dell’ impianto stereo.
Una delle mie palline morbide, che deve essere rotolata lì durante l’ ultima lezione.
– Oh! Ooooohhhh!
La prendo e la porgo a F., che la stringe tra le mani sorridendo.
Rivolge lo sguardo alla sua mamma e si scambiano un’espressione complice.
Quando giochiamo con le palline, F. di solito ne raccoglie il maggior numero e le mette sotto le gambe della mamma, seduta come una chioccia.
Adesso c’è una sola pallina.
La da alla mamma e io la invito a farla rotolare durante le note lunghe di una melodia.
F. guarda la pallina rotolare, la prende, la stringe, la lancia contro il muro, sul pavimento.
E ride.
Ma non imita la sua mamma.
Canto frammenti.
All’improvviso si avvicina a noi e osserva i foulard. Si mette in ginocchio.
Ha un’idea.
Poggia la pallina e la copre con i foulard.
Poi finge di cercarla e quando la scopre fa un’espressione sorpresa, allarga le braccia ed intona un suono lungo.
Adesso il gioco è questo: mentre canto una melodia ondeggiante e dolce nascondiamo la pallina sotto i foulard.
Sull’ultimo inciso, carico di sospensione la cerchiamo, e sulla tonica la scopriamo.
Ripetiamo questo gioco molte volte.
F. si diverte ed è contento che abbiamo capito. Così lascia a noi il compito di nascondere la pallina. Lui, mentre io e la sua mamma cantiamo, si dondola seguendo il ritmo e l’ andamento della melodia.
Il tempo sembra rimanere sospeso intorno a questo momento.
F. sospira. È soddisfatto.
Prende la pallina ancora una volta. E la lascia andare. È stanco.
Cantiamo il saluto.

Piccoli Musicanti II

– Maestra? Ma noi siamo buoni…?…se facciamo quello che dici tu?
Ok.
Devo essere particolarmente stanca, o è il tempo sempre incerto, o il mio cuore è fragile, perché non so come sono arrivata a questa domanda.
Mi metterei seduta a pensare, ma non è per me soltanto che devo trovare una risposta.
Intanto questa bimba di appena 5 anni se ne sta davanti a me, finalmente tranquilla, la testolina inclinata, lo sguardo grande. Non ha balbettato, non si rotola sul pavimento, non saltella ridacchiando.
Lo sa anche lei che si tratta di una questione importante.
– Voi siete sempre buoni.
In una mano tengo il piatto sospeso, nell’altra il battente.
Avevo proposto un gioco.
Gli elementi buoni c’erano tutti: cadere a terra, dondolare, mantenersi in equilibrio.
E invece era solo un gridare, correre e scontrarsi senza controllo.
Ho sostenuto il tono della voce e li ho richiamati intorno a me. Forse, semplicemente, abbiamo dimenticato perché siamo lì, e magari non ne abbiamo più voglia davvero.
– Voi siete buoni sempre. Il punto è che ogni gioco ha le sue regole. Senza le regole il gioco non vale. Vi va di giocare?
Si consultano con gli sguardi.
– Io sono qui per questo. Per giocare con voi. Possiamo smettere di giocare, ma è un peccato, perché ci rivedremo tra una settimana.
– Nooooo.
Tutti e tre insieme.
– Allora, se vi va di giocare le regole sono queste.
E spiego.
Fanno sìsì con la testa.
La canzone del vento è in dorico e ha delle lunghe pause tra una frase e l’ altra. Mentre canto dondolano leggeri e sulla pausa rimangono su un solo piede, sospesi … aspettano … CIAFF!!!
Al suono del piatto cadono ridendo e rimangono sdraiati sospirando.
Sono luminosi.
E ridono, con incredibili personali sfumature. Ascoltano. Si osservano. Sono complici.
– Maestra! È pazzerello questo vento!
E rido anch’io.

Piccoli Musicanti I

– Maestra…il gioco del serpente!!!
Perché no…oggi ci siamo molto impegnati. E abbiamo ancora quindici minuti.
– Tocca a me essere Sibillo!
Sì.
Siamo tutti pronti.
In questo meraviglioso gioco musicale, ad imitazione del concerto barocco, l’ azione di un serpente affetto da grave miopia si alterna ai camuffamenti degli animali del bosco, diretti da un capo.
-Ci camuffiamo da…elefanti!
– Non va bene l’ elefante, G. Bisogna camuffarsi da cose boscose, che Sibillo non mordicchierebbe mai. Ascoltate bene la filastrocca!
Perché Sibillo “cerca una preda per darle un morsetto”.
– Ah, ok. Uhm…fragole!
Siamo, tutti noi animaletti, accovacciati, e con le mani sulla testa mimiamo il ciuffetto.
Poi siamo castagne, alberi e foglie.
Sibillo si aggira in mezzo al bosco ignaro della burla, finché, ritrovando i suoi occhiali tra i cespugli, scatena un acchiapparella finale.
È il turno di una bimba, che essendo stata acchiappata, ha diritto ad essere Sibillo.
– E io…, mormora S.
Sono le regole.
– Io sono il capo degli animali!
Non ci sono lamentele.
Siamo tutti pronti.
S. ha lo sguardo enorme, il sorriso aperto, le mani giunte.
Devono essere secoli più o meno, che attende questo momento. La guardo, deliziosa, con i capelli lunghi e morbidi e il visino di porcellana. Sta aspettando il mio attacco. No, non può più aspettare. E lo dice, con un filo di voce e il sorriso ormai infinito.
– Cacca!
– Hmm?
Magari nemmeno io ho ascoltato bene.
– Cacca…?
Sono la maestra e ho detto cacca.
Aspetto qualche secondo. Niente.
Sono tutti attenti.
Hanno tutti lo stesso sorriso infinito.
S. fa “sì” con tutta la testa, il collo, le spalle.
– Ci camuffiamo tutti da cacca, specifica.
– E be’ … è difficile. Come ci si camuffa da cacca?
– Così!!!
Unisono.
Si sdraiano su un fianco, le gambe un po’ raccolte, le braccia intorno alla testa.
– Io invece così! Sono una palletta!
Per fortuna G. fa sempre tutto in maniera personale.
Onestamente preferisco anche io essere una palletta.
Il bosco è silenziosissimo, adesso.
“Striscia Sibillo nel bosco di giorno …”

Il serpente Sibillo, Chiara Infantino e Manuela Foppoli, OSI

Joni Mitchell, Night Ride Home (full album)

E poi capitano giornate così, sfilacciate.
Giornate che non se ne può più del sole e della sua sfrontatezza; che il tempo non basta mai per fare quello che conta davvero; che il suono stridulo dell’ ultima lite col marito è rimasto lì, sotto la pelle.
G. I. (13 mesi e 5 giorni) è nervosa, e dispettosa.
Bellissima.
Ma lei ed io siamo un duo stonato oggi.
Metto su Joni Mitchell. Night Ride Home
Così, per caso.
Chiudo a chiave la porta di casa.
Adesso nanna.
Lei mi guarda, limpida, senza timore. Corre.
Si nasconde.
La porto a letto.
Guizza.
Rotola.
Se ne va. Da sola.
Silenzio.
La musica è un alito appena.
Mi guarda, monella.
Corre. Non si stanca, mai.
E fa tutti i suoi capricci.
“Greta Ilda. Adesso basta.”
La mia voce inghiotte la musica.
Lacrime.
Sì, avrei davvero bisogno di piangere.
Invece vado a fare pipì. Da sola, perché ne ho bisogno.
– Basta. Un minuto. Un solo minuto.
Solo il suono della mia pipì.
Respiro. Torno da G. I., che nel suo lettino ha aspettato. Ci guardiamo, cogli occhioni lucidi e l’ espressione confusa, lei; io non so, devo sembrare severa e un po’ invecchiata.
– Che succede mamma?
– Niente.
Lei si lascia stringere al mio petto, mentre dondolo.
Davanti allo specchio, ci sorridiamo, ci nascondiamo il volto, l’ una nell’altra.
La musica adesso è l’ unica cosa rimasta intorno a noi. E rimane. Rimane a lungo.
Il sole se n’è andato chissà dove, finalmente.

Quando mi sveglio è buio. Ma non è tardi, è solo cambiata l’ora.
Lei è incollata al mio petto.
Dorme.
La lascio scivolare accanto a me e la avvolgo in fascia perché l’aria della sera è un po’ più fresca. La musica ormai va ad libitum. Va, fin sotto la pelle.
La guardo.
L’ autunno anche quest’anno dovrà arrivare, bimba mia.

Bolle

Capitano domeniche terribilmente noiose.
Il colore del cielo è sbiadito dalla coltre di foschia e l’ aria è umida e densa.
G. I. (12 mesi e 19 giorni) ed io stiamo da troppe ore a casa. A me sembra ormai che queste grandi stanze siano troppo buie e silenziose in questo pomeriggio. Mi sento disorientata e irrequieta.
G. I. si sveglia dopo un pisolino breve come un alito di vento.
Sistemo tutto in borsa e usciamo a fare una passeggiata.
L’ Etna è un enorme ombra grigia.
Il lungo, antico viale per il quale ci incamminiamo è animato.
Dai bar arrivano le voci della domenica calcistica, le automobili passano senza fretta, i negozi dei cinesi sono aperti.
G. I. si guarda intorno.
– Aaaiiiaaaiiiaaaaaa!
E io rispondo.
– Aaaiiiaaaaa!
– Iiaaaiiiaaaiiiaaa!
– Andiamo alla Villa Bellini!
– Aaaiiiooo!!! Ooohhh!!!
E quando arriviamo ci sono tutti: fanno jogging, vanno in bici o sui pattini, giocano con i bambini, mentre i bambini giocano, portano in giro il cane, passeggiano, chiacchierano, siedono sulle panchine, aspettano, leggono, guardano, parlano al cellulare, amoreggiano. E io vorrei che fossero rimasti a casa o da qualche altra parte.
G. I. si lamenta.
Mi siedo su una panchina, sotto alti alberi di cedro. Lei è davanti a me, seduta sul passeggino, con l’ espressione curiosa.
– E ora?
– Facciamo le bolle!
Le bolle di sapone.
– Mgnammegnammegnà!
Soffio.
Volano, piccole, veloci.
Inafferrabili.
Svaniscono.
Lontano.
Intorno.
Alcune volano a lungo.
– Gnammégnammé!
– Non le puoi tenere…nemmeno mamma può…non si può…
– Mgnammemgnammé!
Il suono di passi in corsa; risate; automobili e clacson; voci; passi, lentamente; e di nuovo.
Bolle.
Grandi.
Alberi.
G. I. muove le mani, piccole.
Inseguendo, fuggono.
Attendono.
E pare di non sentire più nulla.
Dentro ogni bolla.
Nulla.

– Non le puoi tenere.
– Magnaaammeee. Mgnaaaaaammeeeeee.
La prendo in braccio. Torniamo a casa.
La gente, il lungo viale, il chiasso intorno.