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Schubert, Arpeggione

Finalmente, le piogge! Non servono scuse per trastullarsi un po’ a casa.
– Mamma! Musik!
G. I. corre verso l’ armadio e tira fuori il solito materiale. Album, colori, pennelli.
– Mamma dai! Siediti!
Intanto suona Schubert. Sonata Arpeggione.
Allegro moderato
Malinconica, un po’ vaga.
Lei muove le manine sul tavolo come se fosse un pianoforte, e compiaciuta si lascia andare.
Allegro moderato
– Mamma, dipingi tu!
Prendo un pennello e traccio, canticchiando il tema, le linee della tastiera.
– Io! Io!
Prende un foglio.
– Mamma, pennello!
Adagio
È pensierosa. Cosa si può fare con un foglio adesso…
– Mamma! Cappello! Cucù! Eheheheh! Cucù!Cucù!
La pioggia ancora batte e le note di Schubert sembrano cascarci dentro, dentro ogni goccia.
– Cucù! Cucù! Cucù!
Allegretto
Si è imbrattata tutta e corre in bagno a lavarsi. Apre il rubinetto, lava le mani e il visino, chiude il rubinetto.
– Mamma! Eheheheheh! Plendimi!
E scappa via. La rincorro. È un acchiapparella! Si nasconde dietro la porta. La trovo.
– Mamma! Ora tu! Ti plendo!
E la musica nelle nostre corse.


Foto di Valerie Condorelli

Mein Salzburg

Succede all’improvviso.
È come un’ intermittenza.
E resto lì, a metà tra la mia vita com’è, e quell’altra, sfiorata, mai davvero vissuta.
Basta un nulla.
Un alito di vento e un fruscio di foglie, un rintocco di campane da lontano, il suono dei miei passi in una giornata più fredda, la pioggia e i tuoni, la voce di mia madre.
E non sono più qui. Sono altrove.
In un luogo intimamente familiare.
Una città dove ogni altra cosa avrebbe potuto succedere o potrebbe.
Ho ascoltato il suono del fiume, passeggiando all’ombra dei grandi castagni.
Ho mangiato una fetta di torta in un caffè artistico.
Ho preso lezioni di pianoforte e ho suonato Piazzolla su un palcoscenico importante.
Ho sentito il profumo delle spezie all’antico mercato dei fiori.
Ho curiosato a lungo nelle librerie.
Ho camminato nei boschi e sui prati.
Ho fatto l’altalena e gettato una monetina nella fontana del Pegaso.
Ho atteso a casa che finisse la pioggia, o che passasse la noia.
Ho trovato nella cassetta della posta la lettera di un caro amico.
Ho imparato ad andare in bicicletta.
Ho visto i contorni delle cose nella luce del crepuscolo.
Ho visto i campanili dall’alto.
Ho tanto a lungo dormito.
Ho preso l’ autobus e ho incontrato da giovane lo sguardo di un uomo.
Ho sfogliato i disegni di mia madre bambina.
Ho guardato a lungo dalla finestra.
Ho visto la neve cadere e il giardino gelare.
Ho sentito il platano frusciare, ma è stato abbattuto.
Da bambina, ho guardato le fiaccole bruciare durante la notte di Natale.
Ho visto una via antica.
Ho mangiato un pane nero.
Ho atteso alla stazione il mio futuro marito e ho camminato con lui sotto la pioggia di fine agosto.
E sembra tanto tempo fa.

La mansarda

L’autunno, la pioggia.
E io me ne sto qui, sotto le coperte, ad ascoltare.
G. I. dorme.
Mio marito armeggia ad una vecchia macchina del caffè.
È l’ una di notte o quasi.
Le persiane non sono completamente chiuse e lasciano entrare una luce violetta, malinconica.
In questa grande, meravigliosa stanza … mi ci sento quasi perdura.
La macchina del caffè l’ abbiamo vinta con i punti di un concorso abbinato a un distributore di benzina quando abitavamo a Pedara, nella mansarda.
Sono passati quattro anni, anche se fatico a tenere il conto.
Era un appartamento minuscolo, al quarto piano di una palazzina senza ascensore.
Non aveva pareti vere. Le camere erano divise con il legno laminato.
Mio marito entrava a stento nella doccia e sbatteva spesso la testa contro il soffitto.
Non c’era il riscaldamento e gli infissi erano di legno. D’inverno ci scaldavamo com una stufa a gas, accucciati su un vecchio divano.
Per alzarmi la mattina dovevo scavalcare mio marito perché la camera era grande quanto il letto, poco più.
La cucina era minuscola e ci stava dentro pure la lavatrice. Ci stava sopra il cestello asciuga piatti. Aprendo il mobile del lavandino si vedevano i tubi dell’ acqua appesi con il fil di ferro.
La domenica, la signora del piano di sotto metteva su Gianni Celeste per tutto il condominio e dintorni.
Se pioveva, il rumore sulle finestre era tanto forte da far quasi paura. D’estate ci svegliavano i botti e le fanfare delle feste di paese.
Ma ogni mattina, aprivo la finestra, davo il buongiorno alla Montagna, e preparavo un caffè per lui e un cappuccino per me.
Non eravamo ancora sposati.
Ora la macchina del caffè si è rotta, e ad ogni modo, gli ho detto che non c’è spazio nella nuova cucina.
Continua a piovere e si sono fatte le tre.
Mio marito aggiusta sempre tutto.
– Amore, mi sa che stavolta …
– Va be’ … buonanotte.
– … hai vinto tu.

Safety loop

Stanotte, silenziosamente, è piovuto. Sto facendo colazione. La finestra è aperta e nell’aria c’è un profumo un po’ amaro, di cose passate.
G. I. (13 mesi e 11 giorni) e il suo papà dormono ancora, e io penso a certa musica. Ci penso già da qualche tempo.
A quella musica che abbiamo ascoltato per un anno intero, per sopravvivere alle lunghe attese dei tragitti in automobile e alla morsa del seggiolino.
Quel loop, senza il quale G. I. si sarebbe trasformata nelle sue stesse lacrime.
La principessa Zaffiro, testo di Luigi Albertelli su musica di Corrado Castellari e arrangiamento di Vince Tempera. Il brano è interpretato da Silvio Pozzoli e Marco Ferradini.
Charles Gounod, Marcia funebre per una marionetta, Orchestra mandolinistica di Lugano diretta da Mauro Pacchin, Auditorio Stelio Molo, Lugano, Concerto di Gala 2009. Arrangiamento di R. Borsani.
Perché si sa. Per ognuno, nella vita, esiste una musica, o più d’una, che ci tiene a galla quando non ne abbiamo davvero più la forza.
Non è solo musica che ci piace. Non l’ abbiamo scelta solo per la sua bellezza. La ascoltiamo perché ne abbiamo un estremo bisogno.
Svuota la mente.
Rallenta il respiro.
Contiene il movimento.
Ci restituisce la consapevolezza d’essere dove davvero siamo, in quel momento, in quel luogo.
Ci purifica, ci impregna di sé.
Ci dà le sue forme.
Ci nutre in attesa del cambiamento.
Ci dona un po’ riposo.
Questa musica, nessun altra.
Misteriosamente.
Magicamente.