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Ninnannanninnannoè, Pino Daniele

La ninna nanna.
G. I. (12 mesi e 23 giorni) non ha più voglia o bisogno di sentire la ninna nanna.
Noi ci sdraiamo vicine e lei si addormenta. Ciucciando, mordicchiando, ridendo, giocando, sospirando, a volte canticchiando.
Ma la ninna nanna, io non la canto più.
Intendo infinite volte, e ancora e di nuovo. No.
Lei sta crescendo, io mi sono stufata un po’ forse. Ed è successo così, naturalmente. Sfumando.
E adesso ci ripenso.
La ninna nanna è un’esperienza dolcissima: è una melodia, un rito, un tocco, un momento unico, ogni volta.
La ninna nanna non si sceglie.
Quella che io avevo scelto, perché mi piace tanto, perché mio marito adora Pino Daniele, perché il suono del napoletano ha qualcosa di magico e ironico … non ha mai funzionato.
Troppo interessante, troppo emozionante.
Ninnannanninnannoè

La ninna nanna emerge, se la si sa aspettare.
Dondolando, mentre fuori pioviggina, ed è inverno. E G. I. è stretta a me, e piange. Perché? Non lo so.
Respiro. La tengo. Dondolo.
E la voce, da se, canta.
Una melodia imparata a vent’anni.
Una melodia africana.
Senjua Dendende Senjua.
Respiro. La tengo. Canto. Ad libitum.
E lei, si addormenta.

La ninna nanna è un dono di famiglia.
Mia suocera l’ ha insegnata a mia cognata che l’ ha cantata a sua figlia, e a Natale tutte insieme l’ abbiamo cantata a G. I.
Come si fa in una tribù.
Oh oh oh!
Tutti dormono e idda no!
E su idda non voli durmiri
Coppa ‘ndo culu sa quantu n’haviri!
N’haviri quattrucentu
Figghia di oru figghia d’argentu!
Oh oh oh!
Tutti dormono e idda no!
E su idda non voli durmiri
Vastunatedde sa quantu n’haviri!
N’haviriin quantità
Lerullallerullallerullallà!!!

La ninna nanna non è sempre la stessa.
Noi ne abbiamo avute due, a volte tre, perché l’ umore cambia, perché il tempo cambia, e nemmeno noi siamo sempre uguali, anche se il bisogno di non avere paura ci accompagna in ogni istante.

La ninna nanna non può essere cantata per sempre.
Ma non si dimentica. E risuona quando abbiamo bisogno di chiudere gli occhi, lasciare andare la tensione, accettare il buio.
Rimane sulla pelle. Nel respiro. Nel cuore.

“Viento”, Pino Daniele

Viento

In questi giorni di fine agosto il caldo è insopportabile.
Nell’aria si sente l’ odore dolciastro del mosto e ovunque ronzano e si posano le mosche.
Ci trasferiamo in città, e per qualche tempo resteremo ospiti della nonna paterna di G. I. (11 mesi e 2 giorni).
Questa gagliarda signora vive in una casa con un giardino e una tartaruga.
Qui, alla fine della giornata, ci siamo messi a letto, esausti.
G. I., mio marito ed io dormiamo nel lettone della nonna. I nostri bagagli intorno.
Lei e il papà si addormentano nella stessa carezza.
Io sono un po’ tesa. Ripenso alle cose portate via. Così tante cose, accumulate.
Ci è voluta molta forza. Sento l’ odore amaro del sudore sciogliersi dai nostri corpi sulle lenzuola.
La finestra è aperta. La luce della notte, che entra dalle persiane, getta un luccicore pallido sui contorni della stanza.
Tengo gli occhi chiusi, ma è come se le mie palpebre fossero velate, trasparenti. Intanto il giardino risuona di fruscii, scricchiolii, aliti. Sembra che quel piccolo fuori, circondato d’edera, sia popolato di infinite, misteriose, lucenti creature che chiamano ad una celebrazione tutti i miei pensieri.
Mio marito è sdraiato su un fianco. Il respiro profondo lo fa somigliare ad una creatura favolosa. È come se dormisse da sempre. Giovane, forte, perfetto.
Soffia un gran vento. Apro gli occhi.
Loro, dormono. Non lo sentono?
Io sono travolta da questo fragore ondoso. Le foglie del giardino hanno il suono di mille nacchere, che battono tutte insieme.
Vorrei stringermi accanto a D., invece me ne sto ferma, sdraiata, in silenzio, ad ascoltare.
Ogni cosa deve cambiare. Lo so.
Mi viene in mente la mansarda, il campanile del paese, il colore della Montagna, in autunno. L’ abbiamo lasciata.
Il giorno del nostro matrimonio, il suono della chitarra e le risate.
Adesso lasciamo la casa “terrana”. La pineta. Le vie silenziose.
La nuova casa è grande, luminosa. È la casa della mia famiglia: l’ha costruita il padre di mio padre. Lui mi ha tenuta in braccio quando ero molto piccola. L’ho visto in una foto, e niente di più.

Mi risuona improvvisamente in testa una canzone che piace a D. e il suono del vento, come un rumore di fondo, mi avvolge completamente. Mi sento immersa. Posso chiudere di nuovo le palpebre. Immagino il giardino dilatarsi, le foglie ondeggiare. Da qualche parte la tartaruga sta dormendo, forse. O attende.
E mi addormento.