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Passaggi di stato II

Catania, 13 settembre 2004: via dal nido.

Indossavo un completo di lino rosso. Non so perché proprio quello.

E non c’è nemmeno una foto.

Niente.

Solo il programma del mio diploma e quegli istanti.

Il trillo del cellulare in commissione, nell’istante in cui ho preparato, con il respiro, le mani sulla tastiera: ” Scusa gioia.”

La 110 limpida e rassicurante.

Il tema infinito della Quarta Ballata e la nostalgia.

Quei maledetti incroci nel terzo movimento di Pour le piano e la velocità.

Il colore grigio della sala.

Lo sguardo geloso.

9/10: in fondo è un bel voto.

“Che dire, bene, benissimo … ma, non era la solita Valerie.”

Come se sapessero chi è Valerie. O magari ero davvero io, quel 9/10. E non sapevo niente di me.

Il diploma di pianoforte succede una sola volta. Non c’è appello. Non c’è secondo premio.

Adesso il rosso non mi sta più. Mi sta addosso ancora la mia paura. Perché a volte semplicemente non si è pronti ad andare oltre, ma tutti dicono che dev’essere così. Che basta: il programma è pronto.

E con i cedimenti e le imperfezioni del tempo bisogna starci, inseguirli, assecondarli, lasciarli andare … tra un tasto nero e uno bianco, tra la punta delle dita e il respiro del cuore.

Odio la scuola. Mi fa impazzire. Appena imparo qualcosa vanno avanti con qualcos’altro. Sally Brown

 

 

 

 

Qui e ora XX

E succede che in un caldo pomeriggio di agosto me ne sto lì, davanti a una tazzina di caffè, girando il cucchiaino tra quei pensieri fissi che non mi danno pace.

– Ehi mamma, dai …

Seguono baci a raffica.

– Dai! Giochiamo con i foulard colorati.

– Hmmm …

– Sì!!! Con la musica rilassante … un prélude! Dai!

Debussy, Danseuse de Delphes

Debussy, La fille aux cheveux de lin

Debussy, La danse de Puck

Debussy, Bruyères

 

Se v’è per l’umanità una speranza di salvezza e di aiuto, questo aiuto non potrà venire che dal bambino, perché in lui si costruisce l’uomo.                                             Maria Montessori

 

 

La stanza azzurra

Lavoro in una stanza per metà azzurra e per metà bianca. La porta é gialla, di legno.

C’è una porta ad inferriate che protegge gli strumenti.

La finestra da su una piccola via, ma si vede solo il muro del palazzo di fronte e la lampada dell’illuminazione comunale.

Da qualche giorno la serranda é rotta e la finestra é rimasta chiusa.

Qualcuno, una donna, un medico, una pedagogista, ha affermato che l’ambiente è fondamentale per l’ apprendimento.

Qualcuno, uno studente a volte, propone ai compagni e all’ insegnante di ascoltare Per Elisa.

– Professoressa, ho pensato a delle farfalle e ad una ballerina.

– Sì! Una ballerina che danza, ma anche una giornata scura, che piove, e qualcuno che scappa disperato da qualcuno.

Lo sguardo é altrove, trasognato, intenso.

– Io professoressa ho visto un grande teatro dove una ballerina balla e le persone applaudono. Poi scende un angelo che suona con un pianoforte opaco. Una colomba che é in una gabbia cerca di scappare, ma poi lei muore.

Per Elisa, L. van Beethoven.

Maria Montessori aveva ragione.

Una stanza, la musica e dei ragazzi che ascoltano. Non sapevano granché di quel compositore sordo e della sua musica e non sapevano nemmeno quante cose avevano nella testa!

Pliabó!

Dopo colazione, G. I. (19 mesi da un po’) ed io riassettiamo qui e là.
Stendiamo i panni, spazziamo il pavimento, mettiamo in ordine la cucina, rifacciamo i letti.
Oggi però ci sembra una vera seccatura, perciò prima che io mi metta al pianoforte, ci va di giocare un po’ insieme.
– Mammà!
– Vuoi fare il puzzle del pesciolino?
– Hm hm!
Si mette seduta, fa e disfa.
– Mammà!
– Dimmi.
Prende i cubi illustrati. Costruisce una torre e la butta giù.
– Mammà!
– Vuoi già fare un altro gioco …
Prende i mattoncini di legno e li dispone sul pavimento, come birilli.
– Pliabó?
– Dov’è la pallina?
Fa spallucce e allarga le manine.
Mentre lei traffica con qualcos’altro io trovo la pallina nella cesta dei giocattoli.
La tiro contro i mattoncini.
Lei mi guarda, senza interesse.
È rimasta in piedi.
Prendo la pallina e la rigiro tra i palmi delle mani intonando una melodia lenta, dal sapore antico.
Poi intono una nota lunga e faccio rotolare la pallina verso i suoi piedi.
Lei la raccoglie. Questo gioco adesso le piace e fa rotolare la pallina verso di me, o quasi.
– Uuuuuuuhhhhhhh!
Io canto con la pallina tra le mani e lei muove le sue, piccine, davanti a se, come se avesse anche lei una pallina tutta sua.
– Uuuuuuuhhhhhhh!
Ancora e di nuovo, io seduta e lei gira per la stanza.
Silenzio.
– Mammà!
Sta indicando i colori sulla mensola.
– Vuoi disegnare?
– Hm hm!
Le do i colori, preparo un foglio e si mette all’opera.
Il foglio era già scarabbocchiato a matita. G. I. è molto riflessiva. Scarabbocchia un po’ con il rosso e con il verde e il giallo.
Poi prende il nero.
Sceglie l’ angolo in basso a sinistra del suo formato A4, punta il colore e tira una lunga linea che attraversa il foglio.
Un’ altra e ancora.
Ci pensa su. E ricomincia … a scrivere quello che le è rimasto in testa.
– Uuuuuuuhhhhhhh!!!

Concerti

L’ anno scorso era il primo concerto di Beethoven. Quest’anno a maggio sarà il secondo di Shostakovic.
Era il ferragosto del 2000 e l’ Elmo Kino a Salisburgo era completamente vuoto.
Tutta la città era deserta, assolata e calda. Avevo vent’anni e forse non ero ancora innamorata, ma ero già lontana da ogni cosa reale.
Il film era Fantasia 2000.
Non avevo mai ascoltato Shostakovic e non amavo ancora Beethoven quanto lo amo oggi.
Doveva ancora accadere ogni cosa e ogni cosa era possibile. E io me ne stavo seduta un pomeriggio di festa in un cinema, con mia madre, a guardare un film d’ animazione.
Me lo ricordo.
E mi ricordo anche un vecchio libro con la storia del soldatino di stagno che guardavo per ore da bambina.
Le piccole cose della nostra vita sono legate allo stesso, lungo, invisibile filo.
Non sarà, a maggio, un concerto in un auditorium importante e prestigioso. È una sala in un palazzo storico del centro città.
Suoneremo a due pianoforti.
Come l’anno scorso abbiamo suonato Beethoven.
Saranno tutti in sala: Greta Ilda, mio marito, suo figlio, le nostre famiglie, qualche amico e il pubblico.
La bella musica si studia con amore e si suona in mezzo alla gente. Questo è. E io questo concerto voglio suonarlo da quei miei vent’anni.
G. I. (15 mesi e 28 giorni) oggi giocava con il suo palloncino blu mentre io mi esercitavo nel passaggio in ottave del primo movimento: la scena del terribile pupazzo a molla.
È una bimba molto coraggiosa.

Carla Bley, Senza titolo

Le 8 a. m., minuto più minuto meno.
Siamo di nuovo alle prese con le pulizie.
È una bella giornata, fa caldo e sono di buon umore.
G. I. (12 mesi e 13 giorni) è seduta sul suo tripp trapp e sta trafficando con un cucchiaino.
C’è un gran silenzio. Ogni tanto interrotto dal ritmico toc toc che G. I. produce sbattendo il cucchiaino sul tavolo. Nell’aria si sente ancora il profumo del caffè.
Accendo la radio.
RaiRadioTre.
La voce parla.
Toc toc. Toc toc.
Parla di musica. Parla veloce.
Sto spazzando il pavimento.
Toc toc.
– Aaaaaaaahhhhhhh!
Lei tiene il cucchiaino sulla testa, poi mi guarda e lo lascia cadere.
Carla Bley ha detto che nel rock c’è un po’ di jazz e nel jazz c’è un po’ classica.
G. I. mi fissa con lo sguardo “e quindi?”
– Ah! Bughi buuuuu!
– Carla Bley … Mamma non può mica sapere tutto!
– Eh. Bwughi bwughi bwuuuuuu!
E indica col dito verso me.
Le porgo la scopa. Lei la afferra con soddisfazione e si dà da fare ad agitarla sul pavimento intorno a lei. Io mi rilasso un po’ sul divano ascoltando una musica mai ascoltata prima.
Nel titolo c’è un mistero orientale. Qualcosa che mi è già sfuggito. Ma rimane nella mia testa un suono fluente, una linea leggera, lucente.
Non so niente di Carla Bley. Mi piace il suono del suo nome.
Carla Bley.
È un nome giusto, di quelli a cui non manca niente, pieno. E sembra di vederla al pianoforte, eccentrica, affascinante, un po’ sdrucita, quasi rarefatta. Le dita, il profilo, nella luce dorata.
– Ah! Aaaaaaaaahhhhhhh!
La musica se ne va.
La voce parla.
Ma non sto più a sentire.
– Bughi buuuuu! Bam!
Mi rimetto al lavoro.