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My birthday loop

È una diavoleria meccanica.
Ha la forma di un tamburo con tastiera.
Ha due piedoni, due manone e un sorriso.
Lei (15 mesi e 22 giorni) corre, preme il pulsante con la nota verde, e là!
Cinque motivetti da organetto in sequenza, tutti dentro la mia testa. Quando faccio le faccende domestiche, mentre mi addormento, anche mentre scrivo, o se mi metto solo un attimo a riposare.
Lei preme e preme e preme ancora, finché non arriva quella che le va di sentire.
Mi guarda, mi corre incontro e agita la manina destra a tempo, con il pugno chiuso e l’ indice teso, e con un’espressione gioiosa sul visino che non si può non tenere il tempo con una parte del corpo a caso.
È stata la colonna sonora delle passate feste tutte sgangherate, e oltre.
Un’ ossessione.
Stasera l’ho spento.
“Aaaaaaaahhhhhh! Mamma! Mamma!”
E se lo porta in giro con gli occhi teneri e grandi.
Ma non è bastato a intenerirmi.
“No Greta Ilda, l’ho spento e non voglio sentirlo per un po’!”
“Aaaaaaaahhhhhh! Papà! Papà!”
“Greta…mamma lo ha spento…”
“Hmmm.”
E si è messa a giocare con le bambole di pezza.
Io però continuo a sentirli nella mia testa: un tema facile di Mozart, due marcette, un motivetto da sombrero, e un tema popolare americano.
È un orrore.
E ho trentaquattro anni, oggi.

Mein Salzburg

Succede all’improvviso.
È come un’ intermittenza.
E resto lì, a metà tra la mia vita com’è, e quell’altra, sfiorata, mai davvero vissuta.
Basta un nulla.
Un alito di vento e un fruscio di foglie, un rintocco di campane da lontano, il suono dei miei passi in una giornata più fredda, la pioggia e i tuoni, la voce di mia madre.
E non sono più qui. Sono altrove.
In un luogo intimamente familiare.
Una città dove ogni altra cosa avrebbe potuto succedere o potrebbe.
Ho ascoltato il suono del fiume, passeggiando all’ombra dei grandi castagni.
Ho mangiato una fetta di torta in un caffè artistico.
Ho preso lezioni di pianoforte e ho suonato Piazzolla su un palcoscenico importante.
Ho sentito il profumo delle spezie all’antico mercato dei fiori.
Ho curiosato a lungo nelle librerie.
Ho camminato nei boschi e sui prati.
Ho fatto l’altalena e gettato una monetina nella fontana del Pegaso.
Ho atteso a casa che finisse la pioggia, o che passasse la noia.
Ho trovato nella cassetta della posta la lettera di un caro amico.
Ho imparato ad andare in bicicletta.
Ho visto i contorni delle cose nella luce del crepuscolo.
Ho visto i campanili dall’alto.
Ho tanto a lungo dormito.
Ho preso l’ autobus e ho incontrato da giovane lo sguardo di un uomo.
Ho sfogliato i disegni di mia madre bambina.
Ho guardato a lungo dalla finestra.
Ho visto la neve cadere e il giardino gelare.
Ho sentito il platano frusciare, ma è stato abbattuto.
Da bambina, ho guardato le fiaccole bruciare durante la notte di Natale.
Ho visto una via antica.
Ho mangiato un pane nero.
Ho atteso alla stazione il mio futuro marito e ho camminato con lui sotto la pioggia di fine agosto.
E sembra tanto tempo fa.

Ninnannanninnannoè, Pino Daniele

La ninna nanna.
G. I. (12 mesi e 23 giorni) non ha più voglia o bisogno di sentire la ninna nanna.
Noi ci sdraiamo vicine e lei si addormenta. Ciucciando, mordicchiando, ridendo, giocando, sospirando, a volte canticchiando.
Ma la ninna nanna, io non la canto più.
Intendo infinite volte, e ancora e di nuovo. No.
Lei sta crescendo, io mi sono stufata un po’ forse. Ed è successo così, naturalmente. Sfumando.
E adesso ci ripenso.
La ninna nanna è un’esperienza dolcissima: è una melodia, un rito, un tocco, un momento unico, ogni volta.
La ninna nanna non si sceglie.
Quella che io avevo scelto, perché mi piace tanto, perché mio marito adora Pino Daniele, perché il suono del napoletano ha qualcosa di magico e ironico … non ha mai funzionato.
Troppo interessante, troppo emozionante.
Ninnannanninnannoè

La ninna nanna emerge, se la si sa aspettare.
Dondolando, mentre fuori pioviggina, ed è inverno. E G. I. è stretta a me, e piange. Perché? Non lo so.
Respiro. La tengo. Dondolo.
E la voce, da se, canta.
Una melodia imparata a vent’anni.
Una melodia africana.
Senjua Dendende Senjua.
Respiro. La tengo. Canto. Ad libitum.
E lei, si addormenta.

La ninna nanna è un dono di famiglia.
Mia suocera l’ ha insegnata a mia cognata che l’ ha cantata a sua figlia, e a Natale tutte insieme l’ abbiamo cantata a G. I.
Come si fa in una tribù.
Oh oh oh!
Tutti dormono e idda no!
E su idda non voli durmiri
Coppa ‘ndo culu sa quantu n’haviri!
N’haviri quattrucentu
Figghia di oru figghia d’argentu!
Oh oh oh!
Tutti dormono e idda no!
E su idda non voli durmiri
Vastunatedde sa quantu n’haviri!
N’haviriin quantità
Lerullallerullallerullallà!!!

La ninna nanna non è sempre la stessa.
Noi ne abbiamo avute due, a volte tre, perché l’ umore cambia, perché il tempo cambia, e nemmeno noi siamo sempre uguali, anche se il bisogno di non avere paura ci accompagna in ogni istante.

La ninna nanna non può essere cantata per sempre.
Ma non si dimentica. E risuona quando abbiamo bisogno di chiudere gli occhi, lasciare andare la tensione, accettare il buio.
Rimane sulla pelle. Nel respiro. Nel cuore.