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Fantasia in Do minore

Estate 2006. Non ero sposata. Ero solo innamorata. E studiavo, e suonavo per ore e ore. Non c’era niente di perfetto: non il tempo, nè il fraseggio, e nemmeno il suono. Troppo lento, troppo scolastico, troppo poco rotondo.
Salisburgo a fine agosto può essere gelida. Ed è così lontana. Lo chiamavo da una cabina, con una tessera europea, ché il roaming non era economico.
– Ciao…sai domani suono…i concerti degli allievi.
– Allora vengo! Prendo il treno stasera.
Avrei voluto suonare Mozart.
– A me piace Piazzolla. Perché non suonerai Mozart?
– Perché non lo capisco.
– E il maestro?
– Dice che devo ascoltare Arrau.
– Lo hai ascoltato?
– Non ancora…
– Ascoltiamolo.
– E poi?
– E poi niente. Suoni e basta.

Primavera 2012. Nel frattempo ci siamo sposati. L’autunno scorso. E sono incinta, al quinto mese. A Paternò fa ancora freddo la sera. La chiesa è gelida e l’ acustica è ridondante.
Il direttore artistico introduce il concerto dicendo qualcosa riguardo alla mia attesa e che domani è la festa della mamma.
Io penso a Mozart. Finalmente.
Mio marito non so dov’è in sala. Suo figlio è seduto in prima fila, alle mie spalle.
– Brava…
A 14 anni, sembra suo padre con la camicia bianca.
– Grazie.
– È pazzesco quel pezzo…la Fantasia!

Estate 2015. Nostra figlia compirà tre anni a settembre. Adesso è fine giugno. Il vento mitiga il caldo umido.
– Tre ore al giorno… Quand’è il concerto?
– Fra un paio di settimane.
– Per te ci vogliono un paio d’anni.
– Scemo.
Poi ridiamo.
Quindi da qualche giorno ho ripreso a suonare.
Wolfang Amadeus Mozart, Fantasia in do minore KV 475.
Certa musica non lascia mai la punta delle dita. Come il tocco di un amore non lascia mai la pelle. Entra, col tempo, in profondità, anche se non se ne sa mai abbastanza, anche se non sarà sempre un’esecuzione perfetta, o non è solo a me che appartiene.

Concerto del venerdì!

– Mamma, chi è?
– Lang Lang.
– Aaaaahhhh! Klatschen?
– Ja!
E quindi la RadioTelevisioneItaliana segue i concerti di questo giovane pianista, che stasera a Roma suonerà Mozart e Chopin.
Sembrano secoli che non vado a teatro: la verità è che sono eccitata. Le luci, la platea, il pubblico, il grancoda, il giubilo all’ingresso dell’ artista.
Noi intanto siamo a cena.
Ho preparato una meravigliosa torta salata con broccoli, carote e fiori di zucca.
Silenzio in sala. Il buio.
Mozart.
L’interpretazione è agilissima, splendente, teatrale.
G. I. divora i suoni broccoli.
*suoi (strani refusi)
– Mamma, gua(r)dta!
Salta giù dal TrippTrapp e saltella per la stanza. Si ferma. Ascolta. Danza, lieve.
– Klatschen?
– Noch nicht…
Ascolta, dondolando, col nasino all’insù, un po’ civettuola, un po’ appassionata.
– Mamma! Io spielen come Lang Lang!
Prende il suo Glockenspiel e suona: Mozart, anche lei.
Il pubblico è estasiato!
– Klatscheeeeeennn!!!
Chiude gli occhi, le manine composte, inchino, ringrazia.
Pausa. Mio marito va a fumare la solita sigaretta.
– Mamma giochiamo?
– Sí…
– Chiudini!
La tavola è sparecchiata. G. I. sistema la tavoletta di plastica forata e la scatola con i chiodini colorati davanti a se.
– Mamma dai! Siediti qui!
E mi siedo.
Sto pensando a Chopin. Non ascolto un’esecuzione dal vivo delle Ballate da quella matinée al Festspielhaus: al pianoforte, Pollini. Avevo poco più che vent’anni e uno splendido abito rosso.
Il buio in sala. Silenzio.
G. I. fruga tra i chiodini.
Clickiclickoclickik
La prima nota e ho la pelle d’oca.
G. I. mi guarda e mi da qualche pacca sul braccio.
– Ch’è successo…?
– Sono emozionata.
Così tante ore, così tanto studio, così tante volte tra le dita e la vita.
E lei: – Va be’, non fa niente!
Sorrido.
Ascolto.
C’è questa ostentazione nello stile di questo pianista, malgrado la passione sincera. E la facilità delle sue dita è quasi troppa, troppo leggera, presuntuosa.
La musica è lì, lirica, tragica, sensuale, violenta … e questa è già la consolazione, ma con la veste glam e lineare di questi tempi moderni, in cui niente deve essere troppo o troppo poco, e tutto deve avere la misura della velocità, e i sentimenti sembrano atteggiamenti, facili, passeggeri, increspature sulla superficie di un abisso di costellazioni di cui nessuno vuole coscienza o memoria.
Ascolto, ipnotizzata, anch’io quasi rapita. G. I. dispone chiodini colorati non a caso, con serietà certosina, senza voltarsi, immersa.

My birthday loop

È una diavoleria meccanica.
Ha la forma di un tamburo con tastiera.
Ha due piedoni, due manone e un sorriso.
Lei (15 mesi e 22 giorni) corre, preme il pulsante con la nota verde, e là!
Cinque motivetti da organetto in sequenza, tutti dentro la mia testa. Quando faccio le faccende domestiche, mentre mi addormento, anche mentre scrivo, o se mi metto solo un attimo a riposare.
Lei preme e preme e preme ancora, finché non arriva quella che le va di sentire.
Mi guarda, mi corre incontro e agita la manina destra a tempo, con il pugno chiuso e l’ indice teso, e con un’espressione gioiosa sul visino che non si può non tenere il tempo con una parte del corpo a caso.
È stata la colonna sonora delle passate feste tutte sgangherate, e oltre.
Un’ ossessione.
Stasera l’ho spento.
“Aaaaaaaahhhhhh! Mamma! Mamma!”
E se lo porta in giro con gli occhi teneri e grandi.
Ma non è bastato a intenerirmi.
“No Greta Ilda, l’ho spento e non voglio sentirlo per un po’!”
“Aaaaaaaahhhhhh! Papà! Papà!”
“Greta…mamma lo ha spento…”
“Hmmm.”
E si è messa a giocare con le bambole di pezza.
Io però continuo a sentirli nella mia testa: un tema facile di Mozart, due marcette, un motivetto da sombrero, e un tema popolare americano.
È un orrore.
E ho trentaquattro anni, oggi.