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Bella Ciao

Ho imparato l’inno partigiano alle scuole elementari, quando c’era ancora il sussidiario e la maestra raccontava la Storia che aveva vissuto.

E lo cantavo, perché alla mia maestra, la maestra Santina Scionti, volevo bene. Era dinamica, sempre elegante, credente e con la mente aperta.

Ed era partigiana.

– Non l’ho mai sopportata questa canzone!

Quella volta che la cantai a mia madre in cucina, la voce di mia madre era piena di risentimento.

Avevo 10 anni e molte idee fantasiose nella testa. Della guerra certamente non sapevo nulla.

Oggi però, che é il primo maggio, Festa del Lavoro, a sentire Bella Ciao mi sono vergognata. Perché di gente ne é morta tanta per dare a questo paese un’identità libera e democratica, ma tacitamente sopportiamo una nuova dittatura.

La dittatura dell’ipocrisia, dell’apparenza, della menzogna, della resa.

Sono docente neoassunta dal Piano Straordinario di Assunzione previsto dalla Legge 107/2015, in attesa di assegnazione di ambito territoriale. 

Sta piovendo. É sera. E nella testa ho solo quel canto e il sorriso della maestra.

Piccoli Musicanti III

Ci sono F. (quasi 24 mesi) e la sua mamma. Gli altri bimbi non ci sono ancora.
Oggi fa un gran freddo.
F. corre ridendo per tutta la stanza della musica.
La mamma attende un po’, poi si siede sul pavimento.
Io comincio a cantare e lui si abbraccia alla sua mamma.
Fuori è già buio. Gli altri bimbi non verranno. È l’ inverno.
Tiro fuori i foulard colorati.
F. ne prende alcuni e gioca a nascondere il volto della mamma.
Lei si lascia andare completamente al suo entusiasmo. Si baciano, si chiamano, si sorridono.
F. guarda il foulard, si mette seduto, li raccoglie intorno a se e li percuote con le mani.
Intono un chant per accompagnare il suo gesto.
– Pa pa pa!
Li teniamo tra le mani, li strofiniamo, li lanciamo.
– Frrrrr … Pa!
Ci sdraiamo.
Poi F. fa un’espressione gioiosa e stupita. Indica la sua scoperta!
– Oh! Oh!
Guardo sotto il mobile dell’ impianto stereo.
Una delle mie palline morbide, che deve essere rotolata lì durante l’ ultima lezione.
– Oh! Ooooohhhh!
La prendo e la porgo a F., che la stringe tra le mani sorridendo.
Rivolge lo sguardo alla sua mamma e si scambiano un’espressione complice.
Quando giochiamo con le palline, F. di solito ne raccoglie il maggior numero e le mette sotto le gambe della mamma, seduta come una chioccia.
Adesso c’è una sola pallina.
La da alla mamma e io la invito a farla rotolare durante le note lunghe di una melodia.
F. guarda la pallina rotolare, la prende, la stringe, la lancia contro il muro, sul pavimento.
E ride.
Ma non imita la sua mamma.
Canto frammenti.
All’improvviso si avvicina a noi e osserva i foulard. Si mette in ginocchio.
Ha un’idea.
Poggia la pallina e la copre con i foulard.
Poi finge di cercarla e quando la scopre fa un’espressione sorpresa, allarga le braccia ed intona un suono lungo.
Adesso il gioco è questo: mentre canto una melodia ondeggiante e dolce nascondiamo la pallina sotto i foulard.
Sull’ultimo inciso, carico di sospensione la cerchiamo, e sulla tonica la scopriamo.
Ripetiamo questo gioco molte volte.
F. si diverte ed è contento che abbiamo capito. Così lascia a noi il compito di nascondere la pallina. Lui, mentre io e la sua mamma cantiamo, si dondola seguendo il ritmo e l’ andamento della melodia.
Il tempo sembra rimanere sospeso intorno a questo momento.
F. sospira. È soddisfatto.
Prende la pallina ancora una volta. E la lascia andare. È stanco.
Cantiamo il saluto.

Piccoli Musicanti II

– Maestra? Ma noi siamo buoni…?…se facciamo quello che dici tu?
Ok.
Devo essere particolarmente stanca, o è il tempo sempre incerto, o il mio cuore è fragile, perché non so come sono arrivata a questa domanda.
Mi metterei seduta a pensare, ma non è per me soltanto che devo trovare una risposta.
Intanto questa bimba di appena 5 anni se ne sta davanti a me, finalmente tranquilla, la testolina inclinata, lo sguardo grande. Non ha balbettato, non si rotola sul pavimento, non saltella ridacchiando.
Lo sa anche lei che si tratta di una questione importante.
– Voi siete sempre buoni.
In una mano tengo il piatto sospeso, nell’altra il battente.
Avevo proposto un gioco.
Gli elementi buoni c’erano tutti: cadere a terra, dondolare, mantenersi in equilibrio.
E invece era solo un gridare, correre e scontrarsi senza controllo.
Ho sostenuto il tono della voce e li ho richiamati intorno a me. Forse, semplicemente, abbiamo dimenticato perché siamo lì, e magari non ne abbiamo più voglia davvero.
– Voi siete buoni sempre. Il punto è che ogni gioco ha le sue regole. Senza le regole il gioco non vale. Vi va di giocare?
Si consultano con gli sguardi.
– Io sono qui per questo. Per giocare con voi. Possiamo smettere di giocare, ma è un peccato, perché ci rivedremo tra una settimana.
– Nooooo.
Tutti e tre insieme.
– Allora, se vi va di giocare le regole sono queste.
E spiego.
Fanno sìsì con la testa.
La canzone del vento è in dorico e ha delle lunghe pause tra una frase e l’ altra. Mentre canto dondolano leggeri e sulla pausa rimangono su un solo piede, sospesi … aspettano … CIAFF!!!
Al suono del piatto cadono ridendo e rimangono sdraiati sospirando.
Sono luminosi.
E ridono, con incredibili personali sfumature. Ascoltano. Si osservano. Sono complici.
– Maestra! È pazzerello questo vento!
E rido anch’io.