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Carla Bley, Senza titolo

Le 8 a. m., minuto più minuto meno.
Siamo di nuovo alle prese con le pulizie.
È una bella giornata, fa caldo e sono di buon umore.
G. I. (12 mesi e 13 giorni) è seduta sul suo tripp trapp e sta trafficando con un cucchiaino.
C’è un gran silenzio. Ogni tanto interrotto dal ritmico toc toc che G. I. produce sbattendo il cucchiaino sul tavolo. Nell’aria si sente ancora il profumo del caffè.
Accendo la radio.
RaiRadioTre.
La voce parla.
Toc toc. Toc toc.
Parla di musica. Parla veloce.
Sto spazzando il pavimento.
Toc toc.
– Aaaaaaaahhhhhhh!
Lei tiene il cucchiaino sulla testa, poi mi guarda e lo lascia cadere.
Carla Bley ha detto che nel rock c’è un po’ di jazz e nel jazz c’è un po’ classica.
G. I. mi fissa con lo sguardo “e quindi?”
– Ah! Bughi buuuuu!
– Carla Bley … Mamma non può mica sapere tutto!
– Eh. Bwughi bwughi bwuuuuuu!
E indica col dito verso me.
Le porgo la scopa. Lei la afferra con soddisfazione e si dà da fare ad agitarla sul pavimento intorno a lei. Io mi rilasso un po’ sul divano ascoltando una musica mai ascoltata prima.
Nel titolo c’è un mistero orientale. Qualcosa che mi è già sfuggito. Ma rimane nella mia testa un suono fluente, una linea leggera, lucente.
Non so niente di Carla Bley. Mi piace il suono del suo nome.
Carla Bley.
È un nome giusto, di quelli a cui non manca niente, pieno. E sembra di vederla al pianoforte, eccentrica, affascinante, un po’ sdrucita, quasi rarefatta. Le dita, il profilo, nella luce dorata.
– Ah! Aaaaaaaaahhhhhhh!
La musica se ne va.
La voce parla.
Ma non sto più a sentire.
– Bughi buuuuu! Bam!
Mi rimetto al lavoro.

Dormire…so(g)nare…

Foto di Valerie Condorelli
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Dopo tre ore di studio al pianoforte, Vladimir Horowitz faceva una lunga, lunga passeggiata solitaria nel verde. L’ho letto credo su una vecchia rivista del Reader’s Digest conservata tra le letture di mia nonna.
Una passeggiata necessaria per ritrovare la calma, per tornare ad avere una percezione di se terrena, concreta, prima di riprendere le relazioni e le azioni del vivere quotidiano.
Una regola molto saggia, ma molto difficile da mantenere in una vita comune.
Una lunga, lunga passeggiata solitaria nel verde. Mi viene in mente il giardino di Villa San Michele ad Anacapri. Non saprei immaginare altro luogo.
Ogni giorno o quasi, dopo tre ore di studio, apro la porta della mia stanza della musica e tutto è già lì che brama la mia presenza. Quel giardino segreto che guarda sul mare, lo lascio lì, tra le attese. E con le vibrazioni attaccate ancora dentro e fuori di me, riprendo la cura dei cari, il lavoro e le attività domestiche.
Non è facile.
La musica non ti lascia andare, è gelosa.
G.I. (un anno e sette giorni) lo sa, ma lei è come la musica.

J. S. Bach, Das Musikalische Opfer (L’offerta musicale)

L’Offerta Musicale

È una di quelle mattinate in cui il tempo è segnato dall’attesa.
Certe nuvole bigie avvolgono il profilo indaco della Montagna.
Il cielo sopra il nostro tetto è terso, ma getta una luce sbiadita, un po’ deprimente sulle cose.
Oggi vengono i miei genitori in visita. Il nonno e la nonna.
G. I. (10 mesi e 26 giorni) ed io compriamo qualche verdura dal fruttivendolo e del pane per il pranzo. La nonna ha chiesto di mangiare il cous cous.
Mi sento terribilmente pigra.
G. I. invece, è tutta un gattonare tirarsi su rimettersi giù aprire sportelli chiudere sportelli svuotare ceste scuotere oggetti andare venire dalle mie tette.
Weiweiwei.
Büjièbüjiè.
eeeeè? (Glissato ascendente verso un Mi) eeeeè? (Glissato discendente verso La). Una quinta giusta, quasi sempre; qualche volta all’ottava più bassa. Ad libitum.
Le porgo un pezzetto di pane.
Mordicchia. Rosicchia. Sbrindella. Briciole ovunque.
Aaaaaaaaaahhhhhhh!!!
Pausa.
Edlibü.
Chissà cosa sta rimuginando, seduta come un Buddha. Lo sguardo fisso. Il musetto serio.
Dura un istante. Poi un’idea la risveglia, e si ricomincia.
In piedi qualche passetto meglio giù scuotere cercare ballonzolare battere aprire e chiudere sportelli la cesta è tutta vuota cose sparse prendere questo e quello.
Ciucciare.
É molto concentrata, se la sta proprio gustando.
E mi rendo conto di essere rimasta per il tutto il tempo in silenzio. Ho il magone e accendo la radio.
– Radiodiffusionerai. Guillaume Dufai, Ballata dedicata a Niccolò di Ferrara
L’allattamento può essere alienante. Questi suoni antichi (o forse, basta l’idea che lo siano) sono un sollievo. Mi viene in mente un viale alberato. Deserto. Il fruscio di una veste e un incedere leggero e vago. Il mio.
Si è addormentata. La adagio sul passeggino.
È mezzogiorno. I nonni sono in ritardo, e anche io. Devo preparare quel cous cous, stufare le verdure.
Dorme profondamente. Meravigliosamente.
– Radiodiffusionerai. Johann Sebastian Bach, Das Musikalische Opfer, Ensemble Arion
Devo cucinare. E G. I. dorme. Dentro questa musica. Dorme completamente abbandonata. La bocca un po’ aperta, il respiro lento.
Posso farcela. Basta evitare i rumori improvvisi. Non interrompere il continuum.
Detesto il rumore inevitabile del pentolame. Ci vuole lentezza.
Respiro.
Mi lascio sostenere dalle geometrie astratte di questa musica perfetta.
Adesso sono una linea. Mi fletto con morbidezza. Sono tutt’uno con l’aria intorno a me.
Cambio.
Lavoro.
È come stare dentro un caleidoscopio.
Prendo le verdure dal frigo semi vuoto.
Le carote hanno un colore vivo. Le taglio a rondelle. Quando affondo il coltello nella fibra profumata di terra, la sento spezzarsi, con uno scricchiolio sordo, legnoso.
Ascolto.
Il porro è spesso, lucido, troppo resistente, inflessibile. La lama del coltello non scivola, s’impiglia.
Controllo. Dorme.
La zucchina ha una polpa matura e vellutata, ma la buccia è piena di imperfezioni. Faccio più in fretta. Ho le mani bagnate e un po’ appiccicose.
Dispongo tutto insieme in un cestello di metallo, pochi pezzi alla volta, come fossero di porcellana.
Sembra una composizione contemporanea.
Un alito. E la fiamma è accesa. Metto a cuocere.
Silenzio.
Un’attesa.
Un gemito.
È sveglia.
E un istante dopo il caleidoscopio ricomincia a girare.
Tengo G. I. un po’ in braccio, mentre ascoltiamo. Sembra quasi che questa musica non debba finire. Non penso a niente: ho la mente sgombra. Sono semplicemente qui, adesso, e lei è con me, quieta.
A guardarla non sembra diversa. Eppure qualcosa mi sfugge.
Cosa è successo mentre dormiva?
Cosa è cambiato in lei?
Nei suoi occhi c’è un’espressione intensa, come se le cose intorno a lei fossero impregnate di una sembianza più matura. C’è un pizzico di stupore nei suoi lineamenti, e una specie di sorriso segreto.
Cosa conosce delle cose e del tempo in questo istante?
Cosa significa per lei questa vibrazione che inonda lo spazio? Lei sa qualcosa che io ho dimenticato. La dimenticherà anche lei, imparando.
Nell’aria, il vapore ha il profumo morbido delle verdure. Scivola sulla nostra pelle, la veste.
La metto giù.
Si guarda un po’ intorno. Sì, è la solita stanza, le solite cose. La luce si è fatta più intensa. Strizza un po’ gli occhi e soffia con le narici, mostrando i dentini.
– Radiodiffusionerai. Suona il campanello.
Abbasso il volume.
G. I. scuote la testa e gattona verso la porta.
Io la seguo, pigramente.

Le nuvole. Keith Jarrett – The melody at night with you (full album)

Ascolta Keith Jarrett

É passato mezzogiorno.
Mi siedo sulla poltrona e G. I. (10 mesi e 16 giorni) è sdraiata su di me.
Mia madre sta mangiando della frutta estiva.
C’è una quiete profonda e densa. Si sente solo il ronzio del pc acceso e il mio clic clic. G. I. si stropiccia gli occhi mentre segue la freccetta muoversi sul Desktop.
Documenti/Musica/Keith Jarrett/The melody at night with you

I. I loves you Porgy
G. I. si è addormentata, il suo corpo abbandonato al mio. Guardo fuori.
Il vento scuote l’orlo dell’ombrellone e la cima di qualche pianta selvatica che cresce in cortile.
Grosse nuvole bianche e grigie attraversano il pezzo di cielo incorniciato dalla finestra. Tra qualche ora, forse, pioverà.

II. I got it bad and it ain’t good
Mia madre comincia a dire dei suoi ricordi, della sua amica d’infanzia e di qualche stranezza, come lavarsi i denti con il sapone Scala e bere latte di capra a colazione. Il suo racconto scorre insieme alle note, familiare, un po’ malinconico. Quasi non faccio caso.
Da un luogo che non si vede, tra le nuvole, filtra la luce dorata del sole.

III. Don’t ever leave me
E rimane per un po’, sospesa.
G. I. sta ciucciando il seno. Dorme ancora.

IV. Someone to watch over me
Le nuvole, improvvisamente ingrossate, si muovono lentamente, e gettano un’ombra.
“Questa è una bella melodia.” Dice mia madre, mentre riassetta in cucina.
Adesso parla di sua madre e di una lettera. Qualcosa di doloroso.
Poi sparisce nell’altra stanza.

V. My wild irish rose
Questa era la musica che ascoltavo mentre a casa facevo gli esercizi preparto.
Appena nata, G. I. ed io ci siamo rannicchiate nella stessa luce, nelle stesse onde.
Per un istante il cielo è completamente sgombro.

VI. Blame it on my youth – Meditation
Ho un regalo, è un libro sul Buddismo. La copertina ha dei fiori in tutte le sfumature del rosso.
Leggo qualche pagina.
G. I. apre gli occhi un istante, sorridendo con un’espressione intontita.
– Ah … sei tu mamma … meno male. Sembra dire.
Poi si muove su di me, come dentro il nido.

VII. Something to remember you by
VIII. Be my love
Le nuvole sono una strana presenza. E vanno.

IX. Shenandoah
Le sue gambine sono intorno ai miei fianchi. La sua guancia è tra i miei seni. Le mie braccia la stringono. Siamo perfette così.
Troppo. È quasi insostenibile.

X. I’m through with love
E si sveglia.
La colpa è delle nuvole che passano troppo in fretta.