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J. S. Bach, Das Musikalische Opfer (L’offerta musicale)

L’Offerta Musicale

È una di quelle mattinate in cui il tempo è segnato dall’attesa.
Certe nuvole bigie avvolgono il profilo indaco della Montagna.
Il cielo sopra il nostro tetto è terso, ma getta una luce sbiadita, un po’ deprimente sulle cose.
Oggi vengono i miei genitori in visita. Il nonno e la nonna.
G. I. (10 mesi e 26 giorni) ed io compriamo qualche verdura dal fruttivendolo e del pane per il pranzo. La nonna ha chiesto di mangiare il cous cous.
Mi sento terribilmente pigra.
G. I. invece, è tutta un gattonare tirarsi su rimettersi giù aprire sportelli chiudere sportelli svuotare ceste scuotere oggetti andare venire dalle mie tette.
Weiweiwei.
Büjièbüjiè.
eeeeè? (Glissato ascendente verso un Mi) eeeeè? (Glissato discendente verso La). Una quinta giusta, quasi sempre; qualche volta all’ottava più bassa. Ad libitum.
Le porgo un pezzetto di pane.
Mordicchia. Rosicchia. Sbrindella. Briciole ovunque.
Aaaaaaaaaahhhhhhh!!!
Pausa.
Edlibü.
Chissà cosa sta rimuginando, seduta come un Buddha. Lo sguardo fisso. Il musetto serio.
Dura un istante. Poi un’idea la risveglia, e si ricomincia.
In piedi qualche passetto meglio giù scuotere cercare ballonzolare battere aprire e chiudere sportelli la cesta è tutta vuota cose sparse prendere questo e quello.
Ciucciare.
É molto concentrata, se la sta proprio gustando.
E mi rendo conto di essere rimasta per il tutto il tempo in silenzio. Ho il magone e accendo la radio.
– Radiodiffusionerai. Guillaume Dufai, Ballata dedicata a Niccolò di Ferrara
L’allattamento può essere alienante. Questi suoni antichi (o forse, basta l’idea che lo siano) sono un sollievo. Mi viene in mente un viale alberato. Deserto. Il fruscio di una veste e un incedere leggero e vago. Il mio.
Si è addormentata. La adagio sul passeggino.
È mezzogiorno. I nonni sono in ritardo, e anche io. Devo preparare quel cous cous, stufare le verdure.
Dorme profondamente. Meravigliosamente.
– Radiodiffusionerai. Johann Sebastian Bach, Das Musikalische Opfer, Ensemble Arion
Devo cucinare. E G. I. dorme. Dentro questa musica. Dorme completamente abbandonata. La bocca un po’ aperta, il respiro lento.
Posso farcela. Basta evitare i rumori improvvisi. Non interrompere il continuum.
Detesto il rumore inevitabile del pentolame. Ci vuole lentezza.
Respiro.
Mi lascio sostenere dalle geometrie astratte di questa musica perfetta.
Adesso sono una linea. Mi fletto con morbidezza. Sono tutt’uno con l’aria intorno a me.
Cambio.
Lavoro.
È come stare dentro un caleidoscopio.
Prendo le verdure dal frigo semi vuoto.
Le carote hanno un colore vivo. Le taglio a rondelle. Quando affondo il coltello nella fibra profumata di terra, la sento spezzarsi, con uno scricchiolio sordo, legnoso.
Ascolto.
Il porro è spesso, lucido, troppo resistente, inflessibile. La lama del coltello non scivola, s’impiglia.
Controllo. Dorme.
La zucchina ha una polpa matura e vellutata, ma la buccia è piena di imperfezioni. Faccio più in fretta. Ho le mani bagnate e un po’ appiccicose.
Dispongo tutto insieme in un cestello di metallo, pochi pezzi alla volta, come fossero di porcellana.
Sembra una composizione contemporanea.
Un alito. E la fiamma è accesa. Metto a cuocere.
Silenzio.
Un’attesa.
Un gemito.
È sveglia.
E un istante dopo il caleidoscopio ricomincia a girare.
Tengo G. I. un po’ in braccio, mentre ascoltiamo. Sembra quasi che questa musica non debba finire. Non penso a niente: ho la mente sgombra. Sono semplicemente qui, adesso, e lei è con me, quieta.
A guardarla non sembra diversa. Eppure qualcosa mi sfugge.
Cosa è successo mentre dormiva?
Cosa è cambiato in lei?
Nei suoi occhi c’è un’espressione intensa, come se le cose intorno a lei fossero impregnate di una sembianza più matura. C’è un pizzico di stupore nei suoi lineamenti, e una specie di sorriso segreto.
Cosa conosce delle cose e del tempo in questo istante?
Cosa significa per lei questa vibrazione che inonda lo spazio? Lei sa qualcosa che io ho dimenticato. La dimenticherà anche lei, imparando.
Nell’aria, il vapore ha il profumo morbido delle verdure. Scivola sulla nostra pelle, la veste.
La metto giù.
Si guarda un po’ intorno. Sì, è la solita stanza, le solite cose. La luce si è fatta più intensa. Strizza un po’ gli occhi e soffia con le narici, mostrando i dentini.
– Radiodiffusionerai. Suona il campanello.
Abbasso il volume.
G. I. scuote la testa e gattona verso la porta.
Io la seguo, pigramente.