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Una casina tutta per se …tricriccliricrictririmcliroctricroc

La notte a volte mi sveglio e non riesco a riprendere sonno. Succede a un sacco di persone sulla faccia della terra.
Non mi sveglia un rumore.
Mi sveglia un pensiero, un’immagine, una domanda. Hanno, queste cose, il suono e la luce del giorno. Sono lì, e si ripetono, restano.
– Dove sarà finita la casetta rossa col tetto giallo?
Perciò la mattina sono andata a frugare di nuovo in cantina.
G. I. è stata molto paziente.
– Mamma, hai finito?
– Non ancora…
– Ah, ok…cos’èeee?
– Una casetta…tricriccliricrictririmcliroctricroc.
Non ho più tutti i pezzi che sono necessari: mancano una finestra e un gancio, ma avanzano due file di tegole. Dentro ci sono un angolo cottura, un lettino e un lume. E lei ha i capelli rossi e una collana di perle.
È così intimo.
Fosse il mio monolocale, mancherebbe solo un pianoforte. (Nelle case Lego non ci sono mai docce e gabinetti)
Magari allargando appena un poco di una fila di mattoni, e con un piccolo soppalco per un futon…va be’, non importa se la scala è troppo corta, e se la scopa e la padella sono appese al muro: ci vuole anche un po’ d’immaginazione.
– Guarda Greta! Ti piace? C’è un pianoforte!
– Ah! Io suono Klavier! Posso?
Infila il ditino.
– Plimplimplim…e la bambulina?
– Può mettersi seduta e suonare.
– Plimplimplim…e ora?
– Prepara un caffè e lo beve in giardino.
– Ah! Ora va a ninna!
La prende, la fa salire per la scala e la sdraia sul futon.
Russa.
– rrrrrrrrr…fffffff…rrrrrrr…fffffff…
Silenzio.
– Sveglia bambulina! Devi pulire! No, puliscio io!
Be’ sì, sembra proprio che tu sia a casa Greta Ilda, una casina tutta per te.

Nell’ozio, nei sogni, la verità sommersa viene qualche volta a galla.
Virginia Woolf

Schubert, Arpeggione

Finalmente, le piogge! Non servono scuse per trastullarsi un po’ a casa.
– Mamma! Musik!
G. I. corre verso l’ armadio e tira fuori il solito materiale. Album, colori, pennelli.
– Mamma dai! Siediti!
Intanto suona Schubert. Sonata Arpeggione.
Allegro moderato
Malinconica, un po’ vaga.
Lei muove le manine sul tavolo come se fosse un pianoforte, e compiaciuta si lascia andare.
Allegro moderato
– Mamma, dipingi tu!
Prendo un pennello e traccio, canticchiando il tema, le linee della tastiera.
– Io! Io!
Prende un foglio.
– Mamma, pennello!
Adagio
È pensierosa. Cosa si può fare con un foglio adesso…
– Mamma! Cappello! Cucù! Eheheheh! Cucù!Cucù!
La pioggia ancora batte e le note di Schubert sembrano cascarci dentro, dentro ogni goccia.
– Cucù! Cucù! Cucù!
Allegretto
Si è imbrattata tutta e corre in bagno a lavarsi. Apre il rubinetto, lava le mani e il visino, chiude il rubinetto.
– Mamma! Eheheheheh! Plendimi!
E scappa via. La rincorro. È un acchiapparella! Si nasconde dietro la porta. La trovo.
– Mamma! Ora tu! Ti plendo!
E la musica nelle nostre corse.


Foto di Valerie Condorelli

Suoni in cortile.

Sto preparando la cena. È un bel momento del tardo pomeriggio, mite, luminoso.
La vocina chiara, amorosa, un po’ ammiccante.
– Nonnooo!!! Io! Io!
La voce scura, lenta.
– Prendi la spugna.
La vocina pronta.
– Sí! Capito!
TlopTlopTlop.
Passetti laboriosi.
La voce, con sospetto, quasi tuona.
– Che devi fare ora?
PfffPfffPfff.
La vocina, dubbiosa.
– No …
Passetti laboriosi.
La voce spiega, grande, distesa.
– Greta? Sposta la spugna più avanti.
La vocina brilla.
– Ah! Capito!
Mormorio.
PfffPfffPfff.
– Ecco! Fatto!
La vocina, soddisfatta.
SchSchSchSch.
La spugna.
– Aaahhh!
StrofinaStrofina.
SchSchSch.
Mormorio. Passi grandi e piccoli.
TlopTlopTlop.
PfffPfffPfff. PfffPfffPfffffff!!!
La vocina ride, dispettosa.
– Nonnooo! Spruzzo!!!
– Ah!
La voce, sorpresa.
La vocina ride. Ride. È come se tutto il tempo del mondo fosse niente, e il ridere tutto, per sempre.

Pliabó!

Dopo colazione, G. I. (19 mesi da un po’) ed io riassettiamo qui e là.
Stendiamo i panni, spazziamo il pavimento, mettiamo in ordine la cucina, rifacciamo i letti.
Oggi però ci sembra una vera seccatura, perciò prima che io mi metta al pianoforte, ci va di giocare un po’ insieme.
– Mammà!
– Vuoi fare il puzzle del pesciolino?
– Hm hm!
Si mette seduta, fa e disfa.
– Mammà!
– Dimmi.
Prende i cubi illustrati. Costruisce una torre e la butta giù.
– Mammà!
– Vuoi già fare un altro gioco …
Prende i mattoncini di legno e li dispone sul pavimento, come birilli.
– Pliabó?
– Dov’è la pallina?
Fa spallucce e allarga le manine.
Mentre lei traffica con qualcos’altro io trovo la pallina nella cesta dei giocattoli.
La tiro contro i mattoncini.
Lei mi guarda, senza interesse.
È rimasta in piedi.
Prendo la pallina e la rigiro tra i palmi delle mani intonando una melodia lenta, dal sapore antico.
Poi intono una nota lunga e faccio rotolare la pallina verso i suoi piedi.
Lei la raccoglie. Questo gioco adesso le piace e fa rotolare la pallina verso di me, o quasi.
– Uuuuuuuhhhhhhh!
Io canto con la pallina tra le mani e lei muove le sue, piccine, davanti a se, come se avesse anche lei una pallina tutta sua.
– Uuuuuuuhhhhhhh!
Ancora e di nuovo, io seduta e lei gira per la stanza.
Silenzio.
– Mammà!
Sta indicando i colori sulla mensola.
– Vuoi disegnare?
– Hm hm!
Le do i colori, preparo un foglio e si mette all’opera.
Il foglio era già scarabbocchiato a matita. G. I. è molto riflessiva. Scarabbocchia un po’ con il rosso e con il verde e il giallo.
Poi prende il nero.
Sceglie l’ angolo in basso a sinistra del suo formato A4, punta il colore e tira una lunga linea che attraversa il foglio.
Un’ altra e ancora.
Ci pensa su. E ricomincia … a scrivere quello che le è rimasto in testa.
– Uuuuuuuhhhhhhh!!!

Concerti

L’ anno scorso era il primo concerto di Beethoven. Quest’anno a maggio sarà il secondo di Shostakovic.
Era il ferragosto del 2000 e l’ Elmo Kino a Salisburgo era completamente vuoto.
Tutta la città era deserta, assolata e calda. Avevo vent’anni e forse non ero ancora innamorata, ma ero già lontana da ogni cosa reale.
Il film era Fantasia 2000.
Non avevo mai ascoltato Shostakovic e non amavo ancora Beethoven quanto lo amo oggi.
Doveva ancora accadere ogni cosa e ogni cosa era possibile. E io me ne stavo seduta un pomeriggio di festa in un cinema, con mia madre, a guardare un film d’ animazione.
Me lo ricordo.
E mi ricordo anche un vecchio libro con la storia del soldatino di stagno che guardavo per ore da bambina.
Le piccole cose della nostra vita sono legate allo stesso, lungo, invisibile filo.
Non sarà, a maggio, un concerto in un auditorium importante e prestigioso. È una sala in un palazzo storico del centro città.
Suoneremo a due pianoforti.
Come l’anno scorso abbiamo suonato Beethoven.
Saranno tutti in sala: Greta Ilda, mio marito, suo figlio, le nostre famiglie, qualche amico e il pubblico.
La bella musica si studia con amore e si suona in mezzo alla gente. Questo è. E io questo concerto voglio suonarlo da quei miei vent’anni.
G. I. (15 mesi e 28 giorni) oggi giocava con il suo palloncino blu mentre io mi esercitavo nel passaggio in ottave del primo movimento: la scena del terribile pupazzo a molla.
È una bimba molto coraggiosa.

Piccoli Musicanti III

Ci sono F. (quasi 24 mesi) e la sua mamma. Gli altri bimbi non ci sono ancora.
Oggi fa un gran freddo.
F. corre ridendo per tutta la stanza della musica.
La mamma attende un po’, poi si siede sul pavimento.
Io comincio a cantare e lui si abbraccia alla sua mamma.
Fuori è già buio. Gli altri bimbi non verranno. È l’ inverno.
Tiro fuori i foulard colorati.
F. ne prende alcuni e gioca a nascondere il volto della mamma.
Lei si lascia andare completamente al suo entusiasmo. Si baciano, si chiamano, si sorridono.
F. guarda il foulard, si mette seduto, li raccoglie intorno a se e li percuote con le mani.
Intono un chant per accompagnare il suo gesto.
– Pa pa pa!
Li teniamo tra le mani, li strofiniamo, li lanciamo.
– Frrrrr … Pa!
Ci sdraiamo.
Poi F. fa un’espressione gioiosa e stupita. Indica la sua scoperta!
– Oh! Oh!
Guardo sotto il mobile dell’ impianto stereo.
Una delle mie palline morbide, che deve essere rotolata lì durante l’ ultima lezione.
– Oh! Ooooohhhh!
La prendo e la porgo a F., che la stringe tra le mani sorridendo.
Rivolge lo sguardo alla sua mamma e si scambiano un’espressione complice.
Quando giochiamo con le palline, F. di solito ne raccoglie il maggior numero e le mette sotto le gambe della mamma, seduta come una chioccia.
Adesso c’è una sola pallina.
La da alla mamma e io la invito a farla rotolare durante le note lunghe di una melodia.
F. guarda la pallina rotolare, la prende, la stringe, la lancia contro il muro, sul pavimento.
E ride.
Ma non imita la sua mamma.
Canto frammenti.
All’improvviso si avvicina a noi e osserva i foulard. Si mette in ginocchio.
Ha un’idea.
Poggia la pallina e la copre con i foulard.
Poi finge di cercarla e quando la scopre fa un’espressione sorpresa, allarga le braccia ed intona un suono lungo.
Adesso il gioco è questo: mentre canto una melodia ondeggiante e dolce nascondiamo la pallina sotto i foulard.
Sull’ultimo inciso, carico di sospensione la cerchiamo, e sulla tonica la scopriamo.
Ripetiamo questo gioco molte volte.
F. si diverte ed è contento che abbiamo capito. Così lascia a noi il compito di nascondere la pallina. Lui, mentre io e la sua mamma cantiamo, si dondola seguendo il ritmo e l’ andamento della melodia.
Il tempo sembra rimanere sospeso intorno a questo momento.
F. sospira. È soddisfatto.
Prende la pallina ancora una volta. E la lascia andare. È stanco.
Cantiamo il saluto.

Piccoli Musicanti II

– Maestra? Ma noi siamo buoni…?…se facciamo quello che dici tu?
Ok.
Devo essere particolarmente stanca, o è il tempo sempre incerto, o il mio cuore è fragile, perché non so come sono arrivata a questa domanda.
Mi metterei seduta a pensare, ma non è per me soltanto che devo trovare una risposta.
Intanto questa bimba di appena 5 anni se ne sta davanti a me, finalmente tranquilla, la testolina inclinata, lo sguardo grande. Non ha balbettato, non si rotola sul pavimento, non saltella ridacchiando.
Lo sa anche lei che si tratta di una questione importante.
– Voi siete sempre buoni.
In una mano tengo il piatto sospeso, nell’altra il battente.
Avevo proposto un gioco.
Gli elementi buoni c’erano tutti: cadere a terra, dondolare, mantenersi in equilibrio.
E invece era solo un gridare, correre e scontrarsi senza controllo.
Ho sostenuto il tono della voce e li ho richiamati intorno a me. Forse, semplicemente, abbiamo dimenticato perché siamo lì, e magari non ne abbiamo più voglia davvero.
– Voi siete buoni sempre. Il punto è che ogni gioco ha le sue regole. Senza le regole il gioco non vale. Vi va di giocare?
Si consultano con gli sguardi.
– Io sono qui per questo. Per giocare con voi. Possiamo smettere di giocare, ma è un peccato, perché ci rivedremo tra una settimana.
– Nooooo.
Tutti e tre insieme.
– Allora, se vi va di giocare le regole sono queste.
E spiego.
Fanno sìsì con la testa.
La canzone del vento è in dorico e ha delle lunghe pause tra una frase e l’ altra. Mentre canto dondolano leggeri e sulla pausa rimangono su un solo piede, sospesi … aspettano … CIAFF!!!
Al suono del piatto cadono ridendo e rimangono sdraiati sospirando.
Sono luminosi.
E ridono, con incredibili personali sfumature. Ascoltano. Si osservano. Sono complici.
– Maestra! È pazzerello questo vento!
E rido anch’io.