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Pennellate X

È tardo pomeriggio, in un giorno molto caldo.
Siamo sedute, G. I., il nonno ed io.
– Mamma, che fà-cci-amo?
– Vuoi colorare?
– Sííí! Pe(r)ó … questi.
Apre l’ armadio e tira fuori gli acrilici.
Prende la valigia con i vasetti, li porta al nonno e si siede sul Tripp Trapp.
– Nonno, o(r)a a(s)petta mamma! Eh!
Intanto io preparo un barattolo con un po’ d’acqua, i pennelli e un foglio.
– Mamma, mu(s)ica?
– Che vuoi sentire?
– Ma(s) que nada! Obà obà obààà!
– Ci vuole la musica per dipingere?, chiede il nonno.
– Sí!
Ho messo i colori su un piattino.
Oggi sembra molto concentrata. Ogni segno è misurato, studiato.
– Che disegni?, chiede il nonno.
– Tintenfisch!
– Bello!
– Mamma, gua(r)dta! Mooonster!
– Cos’è?, chiede il nonno.
– Mooonster!
– Perché non fai una giraffa?
Lei continua e traccia una lunga linea rossa.
La canzone finisce.
Adesso c’è silenzio.
– Nonno tieni.
E gli consegna il pennello piccolo.
– Devo disegnare io?
Lo immobilizza con lo sguardo. E prende il pennello grosso.
– Perché non disegni un uccellino?, dice il nonno.
– Nonno, sss!, fa lei, col dito sulle labbra.
Lo guardo. Gli sorrido.
E stiamo seduti, il nonno ed io, mentre G. I. dipinge, e si fa sera.

“Mai aiutare un bambino mentre sta svolgendo un compito nel quale sente di poter avere successo.” Maria Montessori


Foto di Valerie Condorelli

Pennellate IV

Ci stiamo annoiando un po’, G. I. (17 mesi e giorni) ed io.
Sembra non ci sia davvero niente di interessante da fare.
Il pomeriggio è arrivato lentamente, dopo la nanna e la merenda.
Il tempo non è invitante. È ventoso fuori, e quasi bigio.
Apro l’ anta di un mobile pensile per prendere qualcosa e a G. I. viene l’ idea.
Indica qualcosa dentro il mobile con la sua manina e lo sguardo pieno di attesa. Poi indica la sua sediolina.
“Ahn! Ahn! Aaahhhnnn!”
Sbatte i piedini e si tiene le mani unite vicino al petto. È praticamente una supplica.
“Davvero? Vuoi dipingere?!”
“Aaahhhnnn!!!”
Prendo i colori, i pennelli, preparo il foglio. L’ impazienza la divora.
Manca … Cosa manca …
“Aaahhhnnn … Mammà!”
L’ acqua. Prendo un bicchiere con un po’ d’acqua.
Lei mi porge il suo grembiule.
È tutto pronto.
Ho messo su Keith Jarrett: qualcosa che abbiamo ascoltato per tanto tempo, qualcosa che sia come il velluto, intimamente lucente, senza tremori o schianti.
G. I. è concentratissima.
Poi si volta verso le prime note e riprende a dipingere.
Mi guarda.
“Te la ricordi vero?”
Sorride. Si scuote un po’. Dipinge.

Mi chiedo che forma abbiano i suoi ricordi.
Non so immaginarlo.
Una linea, un’ombra, una scossa, un bagliore, una goccia, una carezza, un sussulto. Cosa?
Lei era lì: respirava dentro la mia pancia, sentiva il mondo muoversi, lo sentiva sulla sua pelle, vibrare, dentro il mio corpo.
Nel buio.
Sentiva questa musica e il mio respiro.
E adesso, ricorda. Sono sicura.
Si volta come qualcuno che ritrovandosi in un luogo già visitato, si sorprende e poi si rassicura.
Ed è così quieta adesso, e fluida nella sua attività. Delicata come una creatura di carta. E conosce ogni cosa di questo momento, meglio di me, ma è un segreto.
Foto di Valerie Condorelli