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Wiggle Song, Beth Bolton

Esiste questa breve melodia in dorico che canto da quando G. I. era un pesciolino ed io la sua boccia.
È stata a volte un nenia, a volte un gioco, e l’ abbiamo cantata per far passare i malefici della noia e della tristezza.
Ieri sera, anche se non era ancora completamente buio, G. I. (manca poco ai 2 anni) trafficava con il suo coniglietto e con la mia vecchia sciarpa, faticosamente.
– Mamma, fa(s)ccia. Conigliglietto do(r)mire.
– Willst du den Hasen am rücken binden?
– No … Gciugcciare! Qua, nenna! Mamma aiuti?
Prendo la sciarpa e coccolo il coniglietto di pezza. La aiuto a legarlo al suo petto e lei lo stringe e gli batte il sederino, dolcemente.
Tira un sospiro e gongola.
Io torno alle faccende in cucina.
Poi la sento cantare.
– Bam bam bam … Laraiam bam bam … Cikicikicikicikicikicì bam bam!
Sbircio. Dondola e canta questa melodia in dorico.
– Bam bam bam … Laraiam bam bam …
Gira su se stessa.
– Cikicikicikicikicikicì …
Si ferma.
– Bam bam!
Il cielo getta la luce di un tramonto lontano, oltre ogni palazzo e rumore di città.

Geco

A volte la mattina in città c’è un gran silenzio.
Sembra che nessuno abbia voglia di cominciare la giornata.
Il tempo è più lento, il cielo è un po’ sbiadito ma sereno. Forse c’è un uccellino che cinguetta, una macchina che passa lontano, una voce di donna. Nient’altro.
E succederanno sempre le stesse cose.
Rassicuranti, familiari, un po’ noiose.
Mi viene in mente Schubert.
E vedo un geco sulla soglia del mio balcone. Per poco non lo avrei calpestato. Non scappa. Lo prendo e lo metto in un vaso, nel cortile e rimane immobile. Come tutto il resto.

Natura in città

È una mattina pallida di questa nuova primavera.
Ho aperto la porta per lasciare entrare l’ aria fresca e ho già preparato il caffè.
Il papà è uscito per andare a lavoro e G. I. (17 mesi e 29 giorni) sta ancora fissando il cortile.
Sospira.
La tengo in braccio.
Si volta e indica il blocchetto di carta sul ripiano della vecchia credenza.
Serve anche la penna.
Seduta al tavolo, fa scarabocchi intorno ai miei appunti.
Il suo caffèd’orzo è pronto in un attimo.
– Blau blau!
Manca la cannuccia blu.
Il silenzio in città è strano. Poco distante dalla via in cui abitiamo corre un lungo viale trafficato e rumoroso. Ma qui non si sente nulla.
Nulla.
G. I. beve qualche sorso del suo caffèd’orzo. Ha messo da parte il blocchetto e la penna.
Vorrebbe curiosare nel mio beautycase.
Le mie mani hanno un aspetto trascurato. Tiro fuori alcune etichette conservate per pigrizia. Mentre lei le rigira e le studia nei dettagli, io mi limo i contorni delle unghie.
Null’ altro a parte questo. Il silenzio, il fruscio leggerissimo della carta tra le dita di G. I. e il suono della lima.
E all’improvviso irrompe.
G. I. tira su la testa.
– Zzzzzzzziiió!!!
– Eh, sì! Un moscone!
Nella casa sull’Etna, per via del mosto e delle cantine, c’ erano mosche ovunque.
– Zzzzzzzziiió!!! Zzzzzzzziiió!!!
Volta la testolina di qua e di là.
Io detesto le mosche. Non ho simpatia nemmeno per i mosconi.
Tuttavia, non sono irritata, o riesco a controllarmi.
Si posa. Invisibile.
Restiamo sedute, prese dalle nostre attività.
– Zzzzzzzziiió!!! Zzzzzzzziiió!!! Zzzzzzzziiió!!!
È troppo veloce.
Mi chiedo il senso di un volo tanto nervoso. G. I. sembra contrariata dal fatto che non riesca a vederlo.
-Zzzzzzzziiió??? Zzzzzzzziiió???
– È un moscone. È tutto nero e peloso. – Hmm …
– Si è posato. Lì, sul bicchiere.
E lo indico.
Lei lo ha visto.
Stringe la testa tra le spalle e fa una smorfia arricciata.
– Iiiiiiiiiiiiiiiió!
– Non è bellissimo in effetti.
E vola via, mentre chiudo la porta dietro il suo grasso ronzio.
Siamo lei ed io, di nuovo.
E il silenzio.