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La mansarda

L’autunno, la pioggia.
E io me ne sto qui, sotto le coperte, ad ascoltare.
G. I. dorme.
Mio marito armeggia ad una vecchia macchina del caffè.
È l’ una di notte o quasi.
Le persiane non sono completamente chiuse e lasciano entrare una luce violetta, malinconica.
In questa grande, meravigliosa stanza … mi ci sento quasi perdura.
La macchina del caffè l’ abbiamo vinta con i punti di un concorso abbinato a un distributore di benzina quando abitavamo a Pedara, nella mansarda.
Sono passati quattro anni, anche se fatico a tenere il conto.
Era un appartamento minuscolo, al quarto piano di una palazzina senza ascensore.
Non aveva pareti vere. Le camere erano divise con il legno laminato.
Mio marito entrava a stento nella doccia e sbatteva spesso la testa contro il soffitto.
Non c’era il riscaldamento e gli infissi erano di legno. D’inverno ci scaldavamo com una stufa a gas, accucciati su un vecchio divano.
Per alzarmi la mattina dovevo scavalcare mio marito perché la camera era grande quanto il letto, poco più.
La cucina era minuscola e ci stava dentro pure la lavatrice. Ci stava sopra il cestello asciuga piatti. Aprendo il mobile del lavandino si vedevano i tubi dell’ acqua appesi con il fil di ferro.
La domenica, la signora del piano di sotto metteva su Gianni Celeste per tutto il condominio e dintorni.
Se pioveva, il rumore sulle finestre era tanto forte da far quasi paura. D’estate ci svegliavano i botti e le fanfare delle feste di paese.
Ma ogni mattina, aprivo la finestra, davo il buongiorno alla Montagna, e preparavo un caffè per lui e un cappuccino per me.
Non eravamo ancora sposati.
Ora la macchina del caffè si è rotta, e ad ogni modo, gli ho detto che non c’è spazio nella nuova cucina.
Continua a piovere e si sono fatte le tre.
Mio marito aggiusta sempre tutto.
– Amore, mi sa che stavolta …
– Va be’ … buonanotte.
– … hai vinto tu.