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Natura in città

È una mattina pallida di questa nuova primavera.
Ho aperto la porta per lasciare entrare l’ aria fresca e ho già preparato il caffè.
Il papà è uscito per andare a lavoro e G. I. (17 mesi e 29 giorni) sta ancora fissando il cortile.
Sospira.
La tengo in braccio.
Si volta e indica il blocchetto di carta sul ripiano della vecchia credenza.
Serve anche la penna.
Seduta al tavolo, fa scarabocchi intorno ai miei appunti.
Il suo caffèd’orzo è pronto in un attimo.
– Blau blau!
Manca la cannuccia blu.
Il silenzio in città è strano. Poco distante dalla via in cui abitiamo corre un lungo viale trafficato e rumoroso. Ma qui non si sente nulla.
Nulla.
G. I. beve qualche sorso del suo caffèd’orzo. Ha messo da parte il blocchetto e la penna.
Vorrebbe curiosare nel mio beautycase.
Le mie mani hanno un aspetto trascurato. Tiro fuori alcune etichette conservate per pigrizia. Mentre lei le rigira e le studia nei dettagli, io mi limo i contorni delle unghie.
Null’ altro a parte questo. Il silenzio, il fruscio leggerissimo della carta tra le dita di G. I. e il suono della lima.
E all’improvviso irrompe.
G. I. tira su la testa.
– Zzzzzzzziiió!!!
– Eh, sì! Un moscone!
Nella casa sull’Etna, per via del mosto e delle cantine, c’ erano mosche ovunque.
– Zzzzzzzziiió!!! Zzzzzzzziiió!!!
Volta la testolina di qua e di là.
Io detesto le mosche. Non ho simpatia nemmeno per i mosconi.
Tuttavia, non sono irritata, o riesco a controllarmi.
Si posa. Invisibile.
Restiamo sedute, prese dalle nostre attività.
– Zzzzzzzziiió!!! Zzzzzzzziiió!!! Zzzzzzzziiió!!!
È troppo veloce.
Mi chiedo il senso di un volo tanto nervoso. G. I. sembra contrariata dal fatto che non riesca a vederlo.
-Zzzzzzzziiió??? Zzzzzzzziiió???
– È un moscone. È tutto nero e peloso. – Hmm …
– Si è posato. Lì, sul bicchiere.
E lo indico.
Lei lo ha visto.
Stringe la testa tra le spalle e fa una smorfia arricciata.
– Iiiiiiiiiiiiiiiió!
– Non è bellissimo in effetti.
E vola via, mentre chiudo la porta dietro il suo grasso ronzio.
Siamo lei ed io, di nuovo.
E il silenzio.

La mansarda

L’autunno, la pioggia.
E io me ne sto qui, sotto le coperte, ad ascoltare.
G. I. dorme.
Mio marito armeggia ad una vecchia macchina del caffè.
È l’ una di notte o quasi.
Le persiane non sono completamente chiuse e lasciano entrare una luce violetta, malinconica.
In questa grande, meravigliosa stanza … mi ci sento quasi perdura.
La macchina del caffè l’ abbiamo vinta con i punti di un concorso abbinato a un distributore di benzina quando abitavamo a Pedara, nella mansarda.
Sono passati quattro anni, anche se fatico a tenere il conto.
Era un appartamento minuscolo, al quarto piano di una palazzina senza ascensore.
Non aveva pareti vere. Le camere erano divise con il legno laminato.
Mio marito entrava a stento nella doccia e sbatteva spesso la testa contro il soffitto.
Non c’era il riscaldamento e gli infissi erano di legno. D’inverno ci scaldavamo com una stufa a gas, accucciati su un vecchio divano.
Per alzarmi la mattina dovevo scavalcare mio marito perché la camera era grande quanto il letto, poco più.
La cucina era minuscola e ci stava dentro pure la lavatrice. Ci stava sopra il cestello asciuga piatti. Aprendo il mobile del lavandino si vedevano i tubi dell’ acqua appesi con il fil di ferro.
La domenica, la signora del piano di sotto metteva su Gianni Celeste per tutto il condominio e dintorni.
Se pioveva, il rumore sulle finestre era tanto forte da far quasi paura. D’estate ci svegliavano i botti e le fanfare delle feste di paese.
Ma ogni mattina, aprivo la finestra, davo il buongiorno alla Montagna, e preparavo un caffè per lui e un cappuccino per me.
Non eravamo ancora sposati.
Ora la macchina del caffè si è rotta, e ad ogni modo, gli ho detto che non c’è spazio nella nuova cucina.
Continua a piovere e si sono fatte le tre.
Mio marito aggiusta sempre tutto.
– Amore, mi sa che stavolta …
– Va be’ … buonanotte.
– … hai vinto tu.