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Suonare, suonare

Si replica Shostakovic, concerto op. 102.
Un piccolo Festival in un paesino ai piedi dell’ Etna.
Il caldo ha dato alle fiamme la pineta lì vicino. Mi chiedo che odore abbia l’aria adesso.
Qui in città ha l’ odore dell’ asfalto rovente, e della polvere. A volte una folata di vento porta con se un profumo dolciastro, come di frutta troppo matura.
La verità è che l’ estate mi riempie di nostalgia. L’ estate è la stagione delle fatuità, delle attese, delle cose non completamente accadute.
Questo concerto giocoso, circense quasi, sentimentale e leggero, come uno spettacolo di marionette, mi concede il tempo per percepire me stessa, nel riflesso delle sue sfumature brillanti.
I tasti del pianoforte sono più pesanti sotto le dita un po’ lente. E ho il tempo di ripensare ai luoghi. Come bolle, riemergono, e mi galleggiano intorno, poi svaniscono.
Un prato e un’ape.
Un bosco. Una coperta.
Un fiume che scorre attraverso una città lontana.
Un platano scosso dal vento e io che guardo dalla finestra.
Una casa al mare e un bimbo. La scogliera e le onde.
Una sala da concerto barocca. E l’ oro.
Una sala da tè e le torte.
Un giardino e il gelsomino.
Una spiaggia selvaggia e le farfalle bianche.
Un’isola e il sapore dei capperi.
La terra nera e le spine.
Un parcheggio vicino al vecchio liceo.
Una via di Catania nella luce della sera. Le voci.
Le pervinche.
La luna su un antico cortile e un bacio.
La musica fino a notte fonda e un cocktail. La Vela.
I campi di grano e un castello.
Roma.
Una terrazza ad Anacapri.
Un giorno di pioggia e l’ odore di terra bagnata.
Il suo petto, come giaciglio. Il sonno profondo.
La fascia, G. I. e me.
La stanza del pianoforte.
Alla fine, ascolteranno semplicemente Shostakovic.