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Passaggi di stato II

Catania, 13 settembre 2004: via dal nido.

Indossavo un completo di lino rosso. Non so perché proprio quello.

E non c’è nemmeno una foto.

Niente.

Solo il programma del mio diploma e quegli istanti.

Il trillo del cellulare in commissione, nell’istante in cui ho preparato, con il respiro, le mani sulla tastiera: ” Scusa gioia.”

La 110 limpida e rassicurante.

Il tema infinito della Quarta Ballata e la nostalgia.

Quei maledetti incroci nel terzo movimento di Pour le piano e la velocità.

Il colore grigio della sala.

Lo sguardo geloso.

9/10: in fondo è un bel voto.

“Che dire, bene, benissimo … ma, non era la solita Valerie.”

Come se sapessero chi è Valerie. O magari ero davvero io, quel 9/10. E non sapevo niente di me.

Il diploma di pianoforte succede una sola volta. Non c’è appello. Non c’è secondo premio.

Adesso il rosso non mi sta più. Mi sta addosso ancora la mia paura. Perché a volte semplicemente non si è pronti ad andare oltre, ma tutti dicono che dev’essere così. Che basta: il programma è pronto.

E con i cedimenti e le imperfezioni del tempo bisogna starci, inseguirli, assecondarli, lasciarli andare … tra un tasto nero e uno bianco, tra la punta delle dita e il respiro del cuore.

Odio la scuola. Mi fa impazzire. Appena imparo qualcosa vanno avanti con qualcos’altro. Sally Brown

 

 

 

 

La stanza azzurra

Lavoro in una stanza per metà azzurra e per metà bianca. La porta é gialla, di legno.

C’è una porta ad inferriate che protegge gli strumenti.

La finestra da su una piccola via, ma si vede solo il muro del palazzo di fronte e la lampada dell’illuminazione comunale.

Da qualche giorno la serranda é rotta e la finestra é rimasta chiusa.

Qualcuno, una donna, un medico, una pedagogista, ha affermato che l’ambiente è fondamentale per l’ apprendimento.

Qualcuno, uno studente a volte, propone ai compagni e all’ insegnante di ascoltare Per Elisa.

– Professoressa, ho pensato a delle farfalle e ad una ballerina.

– Sì! Una ballerina che danza, ma anche una giornata scura, che piove, e qualcuno che scappa disperato da qualcuno.

Lo sguardo é altrove, trasognato, intenso.

– Io professoressa ho visto un grande teatro dove una ballerina balla e le persone applaudono. Poi scende un angelo che suona con un pianoforte opaco. Una colomba che é in una gabbia cerca di scappare, ma poi lei muore.

Per Elisa, L. van Beethoven.

Maria Montessori aveva ragione.

Una stanza, la musica e dei ragazzi che ascoltano. Non sapevano granché di quel compositore sordo e della sua musica e non sapevano nemmeno quante cose avevano nella testa!

Lo zio Bee!

La prima domenica di dicembre, e soffia un venticello gelido tra gli alberi e le nuvole.
Quando arriva la sera G. I. ha la febbre.
Dorme.
Facciamo tutti piano: io, il papà, in casa tacciono i soliti rumori.
Mi rannicchio sul divano occupato dal marito.
– C’è freddo.
Sussurra.
Mette i piedi sotto i miei fianchi.
– Potrei mettermi a letto e leggere un po’…la luce però le da certamente fastidio.
– Non credo.
Anche il calcio in televisione non ha volume.
– Cambio canale.
Beethoven, Concerto n. 5 per pianoforte e orchestra, NelsonsBronfman.
Il marito si mette comodo.
Va molto meglio adesso.
Le mani del pianista sono enormi. Lui stesso sembra un gigante sul pianoforte. Anzi, sembra che un sortilegio faccia dell’ uomo e dello strumento l’unica sorgente di questo suono caldo, fantasioso, limpido.
Risuona, questo monumentale concerto, intorno a noi due sul divano, come una voce rassicurante, paterna.
Il direttore d’orchestra è giovane e sudato. I suoi occhi chiari si rallegrano ad ogni gesto, ricambiano le arcate, attendono le percussioni, accolgono il respiro di ciascuno dei maestri d’orchestra.
Nessuna spettacolarità.
Solo questo intreccio infinito di note e compassione. Ogni strumento la sua storia, ogni persona la sua vibrazione.
All’attacco del terzo movimento mio marito muove i piedi a tempo.
Sorrido.
E siamo lì, tra i contorni delle cose visibili e invisibili, immersi, e quasi svaniti. Come le stelle, come gli aliti nell’universo.

“È commovente pensare che Beethoven non abbia potuto, ad un certo punto della sua vita, ascoltare la sua stessa musica, i suoi più grandi capolavori.”
Aquiles Delle Vigne

Concerti

L’ anno scorso era il primo concerto di Beethoven. Quest’anno a maggio sarà il secondo di Shostakovic.
Era il ferragosto del 2000 e l’ Elmo Kino a Salisburgo era completamente vuoto.
Tutta la città era deserta, assolata e calda. Avevo vent’anni e forse non ero ancora innamorata, ma ero già lontana da ogni cosa reale.
Il film era Fantasia 2000.
Non avevo mai ascoltato Shostakovic e non amavo ancora Beethoven quanto lo amo oggi.
Doveva ancora accadere ogni cosa e ogni cosa era possibile. E io me ne stavo seduta un pomeriggio di festa in un cinema, con mia madre, a guardare un film d’ animazione.
Me lo ricordo.
E mi ricordo anche un vecchio libro con la storia del soldatino di stagno che guardavo per ore da bambina.
Le piccole cose della nostra vita sono legate allo stesso, lungo, invisibile filo.
Non sarà, a maggio, un concerto in un auditorium importante e prestigioso. È una sala in un palazzo storico del centro città.
Suoneremo a due pianoforti.
Come l’anno scorso abbiamo suonato Beethoven.
Saranno tutti in sala: Greta Ilda, mio marito, suo figlio, le nostre famiglie, qualche amico e il pubblico.
La bella musica si studia con amore e si suona in mezzo alla gente. Questo è. E io questo concerto voglio suonarlo da quei miei vent’anni.
G. I. (15 mesi e 28 giorni) oggi giocava con il suo palloncino blu mentre io mi esercitavo nel passaggio in ottave del primo movimento: la scena del terribile pupazzo a molla.
È una bimba molto coraggiosa.