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Scacciapensieri

La musica dal vivo, l’aria aperta, in mezzo alla gente. Non ci capitava da un anno. L’ anno di G. I. (11 mesi e 15 giorni).
Il bello di vivere in città è che si è più vicini agli eventi e dopo il pranzo della domenica si può andare in centro, in un antico palazzo, a visitare la fiera del bio, dove i volti sono tutti rilassati e l’abbigliamento è comodo.
E dove può succedere di ascoltare sette suonatori di scacciapensieri.
La sera si è rinfrescata e il brusio della gente si mescola al donghi ‘ndiri donghi dong ‘ndiri donghi don.
Un suono antico, ipnotico, rurale. È uno strumento poetico, solitario. A tratti orrendo, distorto. Mi fa pensare a infiniti spazi, al di là dei miei.
G. I. dorme incollata al mio seno. Siamo legate in fascia e io posso ondeggiare con questa musica, sentire i piedi a terra sostenere il peso del corpo, il suo e il mio.
Siamo fluide, armoniose.
Donghi ‘ndinghi donghi dong ‘ndiri donghi don.
Sembra di stare in vacanza, in un paese lontano. Mio marito è molto serio, passeggia appena, alla fine si lascia andare a due chiacchiere.
– Questi musicisti lo strumento se lo portano in tasca!
Tutta la musica in una tasca.
Mi guardo intornocon divertimento.
Donghi ‘ndiri donghi dong ‘ndiringhi donghi don.
Esistono vite che non conosceremo mai, paesi dei quali sentiremo solo raccontare; vivono milioni di persone e pensieri e suoni che possiamo appena sfiorare, immaginare.
‘Ndiri donghi ‘ndiri donghi dong ‘ndiri donghi don ‘ndiri donghi don.
E in mezzo a tutto questo ci sono io.
I miei suoni.
La mia pelle.
I miei passi.
Donghi ‘ndiri donghi dong ‘ndiri donghi donghi don ‘ndiri don.
Accanto a me c’è una coppia che danza.
Lei ha i capelli lunghi e neri sciolti sulla schiena. Porta un abito lungo fino alle caviglie e ai piedi un vecchio paio di espadrillas.
– Quando mi hai conosciuta ti sarei piaciuta vestita così?
– Un po’ meno.
Mi ricordo un vecchio paio di jeans e una maglia di lana leggera con una fantasia a macchie lilla verdi e blu. Come fossero boccioli. I capelli mi arrivavano sotto la nuca. Sono passati otto anni. Era una serata mite di fine ottobre. Adesso porto i capelli lunghi fin sotto le spalle.
Donghi ‘ndiri donghi dong ‘ndiri donghi donghi don ‘ndiri ‘ndiri donghi don.
C’è un uomo che suona. Viene dalla Jacuzia. Con la sua famiglia, e hanno gli occhi lunati e le guance sode.
Poi quattro siciliani e un ungherese. Una sola donna, canadese, che suona lo scacciapensieri di Bali.
Tutto intorno la gente vaga, qualche bimbo gioca, altri dormono.
Donghi ‘ndiri ‘ndiri donghi don don don ‘ndiri.
Per un solo istante mi immagino lì da sola, come se avessi vent’anni. E tutto ancora potrebbe succedere.
Donghi ‘ndiri donghi ‘ndiri don ‘ndiri donghi ‘ndiri donghi don.
Applausi.
– Andiamo a casa.
Donghi ‘ndiri donghi ‘ndiri don ‘ndiri donghi ‘ndiri donghi don. Ad libitum.