Archivi tag: Ascoltare

Qui e ora XX

E succede che in un caldo pomeriggio di agosto me ne sto lì, davanti a una tazzina di caffè, girando il cucchiaino tra quei pensieri fissi che non mi danno pace.

– Ehi mamma, dai …

Seguono baci a raffica.

– Dai! Giochiamo con i foulard colorati.

– Hmmm …

– Sì!!! Con la musica rilassante … un prélude! Dai!

Debussy, Danseuse de Delphes

Debussy, La fille aux cheveux de lin

Debussy, La danse de Puck

Debussy, Bruyères

 

Se v’è per l’umanità una speranza di salvezza e di aiuto, questo aiuto non potrà venire che dal bambino, perché in lui si costruisce l’uomo.                                             Maria Montessori

 

 

Passaggi di stato I

A volte mi chiedo quando diventiamo qualcuno. Se lo diventiamo, se lo siamo da sempre, se dipende dalle nostre stagioni, se conta solo se c’è scritto su un diploma.

Sono passati dieci anni dal giorno in cui per la prima volta sono entrata in una classe … sono stata “maestra musica”, sono stata semplicemente Valerie e poi prof.!

E in questi giorni devo presentare il mio CV per l’assegnazione della sede valida per i prossimi tre anni. Titoli, certificazioni, esperienze.

Ti vai chiedendo se non avresti dovuto aggiungere ancora qualcosa, se questa o quella esperienza o titolo vale a spiegare chi sei, quello che ami fare, cerchi di valutare la tua credibilità.

Certe notti resti sveglia a pensare, altre mattine ci pensi appena sveglia.

E il tempo va “sempre avanti”.

Allora l’unico pensiero che mi salva dalla spirale delle paranoie è sapere che ci sono i ragazzi o i bambini, quelli che ho incontrato e quelli che incontrerò.

Tutti.

Perché tutti lasciano dentro di te un seme, per crescere, per diventare quello che è necessario tu sia. Sono immagini, istantanee, massime, momenti … e tutti mi hanno insegnato qualcosa sull’essere un’insegnante.

 

Regalbuto Scuola Secondaria di I Grado 2015/16: l’iniziazione.

Le classi prime:

– Professoressa sono bello così?!

Le mani sul piano, le dita febbrili, la posizione: – Sto calma e suono. E se sbaglio?

– Giusto?

La timidezza di essere se.

– Ho amato il pianoforte quando ho ascoltato un mio amico suonare Per Elisa.

– Sono venuto a studiare a scuola ieri.

Signorina di poche parole.

– Mi sono esercitato! Con che pezzo comincio? Però … non l’ho tanto capito bene. Suono?

 

 

Le classi seconde:

– Professoressa ha ragione! Ci devo credere! Voglio suonare bene!

Solo un sorriso per mascherare il tremore delle dita.

– Buonasera professore’!!! Che faccio suono?

– Prof. c’è una sorpresa: ho comprato il pianoforte … mi esercitavo sul tavolo …

– Eh …? Ah vero! Però ho studiato!

 

Le classi terze:

– Lo so a memoria, ma batto il tempo con il piede … posso?

– Prof., io non ne suono musica lenta!

– Prof. senta questo! L’ho studiato da solo! Non è bellissimo!

Lei che finalmente inclina un po’ la testa e suona per sognare e si lascia andare e si commuove.

– Prof. vuole vedere un mio dipinto?

– Le prove? Che prove? Ah sì!

 

C’è un vantaggio reciproco, perché gli uomini imparano mentre insegnano. L. A. Seneca

 

 

Galaxy

C’è un moscone che ronza per la casa.
È quasi sera.
La cucina è in disordine.
Non importa.

Sono appena rientrata dal lavoro, elettrizzata.
– Mamma!
E mi canta qualcosa…
Le ho promesso che avremmo ascoltato le sigle.
– Mamma, chi c’è sul treno che vola?
– I passeggeri.
Guarda i treni saettare nel blu stellato.
Si volta.
– E i bimbi?
– Anche loro.
– E io ci voglio andare!
– Non esistono i treni che volano, è una fantasia…
Guardo il video, come lei.
– Allora mamma, voglio fare un sogno!

“Come in sogno questo treno viaggerà!”

Il castello errante di Howl

Ho 35 anni e poco più adesso.
Il mio diploma di pianoforte è passato da dieci anni e sarebbe ora che venisse appeso ad una parete.
Intanto la giornata è bella e torno a casa dopo un’ altra lezione di piano. Nella testa così tante linee si stendono.
La scuola è finita e non devo più sapere che giorno è per scriverlo sul registro. Forse un po’ questo manca …
– Mamma? Devo andare a scuola domani?
– Sì!
– Hmm … Percheeeè …
E poi la porta si chiude e siamo lontane, lei ed io, ed io e il mondo.
Restano le note, ovunque, scivolano, rincorrono, restano, tacciono un istante.
Come le nuvole.
E un tocco.
Niente resta uguale o quel che è. Qualcosa, segretamente, cambia, sboccia.
– Mammina mia! Mi suoni quella di Howl?
Seduta sul gradino, ascolta.

Concerto del venerdì!

– Mamma, chi è?
– Lang Lang.
– Aaaaahhhh! Klatschen?
– Ja!
E quindi la RadioTelevisioneItaliana segue i concerti di questo giovane pianista, che stasera a Roma suonerà Mozart e Chopin.
Sembrano secoli che non vado a teatro: la verità è che sono eccitata. Le luci, la platea, il pubblico, il grancoda, il giubilo all’ingresso dell’ artista.
Noi intanto siamo a cena.
Ho preparato una meravigliosa torta salata con broccoli, carote e fiori di zucca.
Silenzio in sala. Il buio.
Mozart.
L’interpretazione è agilissima, splendente, teatrale.
G. I. divora i suoni broccoli.
*suoi (strani refusi)
– Mamma, gua(r)dta!
Salta giù dal TrippTrapp e saltella per la stanza. Si ferma. Ascolta. Danza, lieve.
– Klatschen?
– Noch nicht…
Ascolta, dondolando, col nasino all’insù, un po’ civettuola, un po’ appassionata.
– Mamma! Io spielen come Lang Lang!
Prende il suo Glockenspiel e suona: Mozart, anche lei.
Il pubblico è estasiato!
– Klatscheeeeeennn!!!
Chiude gli occhi, le manine composte, inchino, ringrazia.
Pausa. Mio marito va a fumare la solita sigaretta.
– Mamma giochiamo?
– Sí…
– Chiudini!
La tavola è sparecchiata. G. I. sistema la tavoletta di plastica forata e la scatola con i chiodini colorati davanti a se.
– Mamma dai! Siediti qui!
E mi siedo.
Sto pensando a Chopin. Non ascolto un’esecuzione dal vivo delle Ballate da quella matinée al Festspielhaus: al pianoforte, Pollini. Avevo poco più che vent’anni e uno splendido abito rosso.
Il buio in sala. Silenzio.
G. I. fruga tra i chiodini.
Clickiclickoclickik
La prima nota e ho la pelle d’oca.
G. I. mi guarda e mi da qualche pacca sul braccio.
– Ch’è successo…?
– Sono emozionata.
Così tante ore, così tanto studio, così tante volte tra le dita e la vita.
E lei: – Va be’, non fa niente!
Sorrido.
Ascolto.
C’è questa ostentazione nello stile di questo pianista, malgrado la passione sincera. E la facilità delle sue dita è quasi troppa, troppo leggera, presuntuosa.
La musica è lì, lirica, tragica, sensuale, violenta … e questa è già la consolazione, ma con la veste glam e lineare di questi tempi moderni, in cui niente deve essere troppo o troppo poco, e tutto deve avere la misura della velocità, e i sentimenti sembrano atteggiamenti, facili, passeggeri, increspature sulla superficie di un abisso di costellazioni di cui nessuno vuole coscienza o memoria.
Ascolto, ipnotizzata, anch’io quasi rapita. G. I. dispone chiodini colorati non a caso, con serietà certosina, senza voltarsi, immersa.

Pennellate X

È tardo pomeriggio, in un giorno molto caldo.
Siamo sedute, G. I., il nonno ed io.
– Mamma, che fà-cci-amo?
– Vuoi colorare?
– Sííí! Pe(r)ó … questi.
Apre l’ armadio e tira fuori gli acrilici.
Prende la valigia con i vasetti, li porta al nonno e si siede sul Tripp Trapp.
– Nonno, o(r)a a(s)petta mamma! Eh!
Intanto io preparo un barattolo con un po’ d’acqua, i pennelli e un foglio.
– Mamma, mu(s)ica?
– Che vuoi sentire?
– Ma(s) que nada! Obà obà obààà!
– Ci vuole la musica per dipingere?, chiede il nonno.
– Sí!
Ho messo i colori su un piattino.
Oggi sembra molto concentrata. Ogni segno è misurato, studiato.
– Che disegni?, chiede il nonno.
– Tintenfisch!
– Bello!
– Mamma, gua(r)dta! Mooonster!
– Cos’è?, chiede il nonno.
– Mooonster!
– Perché non fai una giraffa?
Lei continua e traccia una lunga linea rossa.
La canzone finisce.
Adesso c’è silenzio.
– Nonno tieni.
E gli consegna il pennello piccolo.
– Devo disegnare io?
Lo immobilizza con lo sguardo. E prende il pennello grosso.
– Perché non disegni un uccellino?, dice il nonno.
– Nonno, sss!, fa lei, col dito sulle labbra.
Lo guardo. Gli sorrido.
E stiamo seduti, il nonno ed io, mentre G. I. dipinge, e si fa sera.

“Mai aiutare un bambino mentre sta svolgendo un compito nel quale sente di poter avere successo.” Maria Montessori


Foto di Valerie Condorelli

Mamma! Blau! – Pennellate VIII

Kind of Blue

G. I., 16,5×24 acrilico su carta, pennello, dita e cucchiaio


Foto di Valerie Condorelli

Wiggle Song, Beth Bolton

Esiste questa breve melodia in dorico che canto da quando G. I. era un pesciolino ed io la sua boccia.
È stata a volte un nenia, a volte un gioco, e l’ abbiamo cantata per far passare i malefici della noia e della tristezza.
Ieri sera, anche se non era ancora completamente buio, G. I. (manca poco ai 2 anni) trafficava con il suo coniglietto e con la mia vecchia sciarpa, faticosamente.
– Mamma, fa(s)ccia. Conigliglietto do(r)mire.
– Willst du den Hasen am rücken binden?
– No … Gciugcciare! Qua, nenna! Mamma aiuti?
Prendo la sciarpa e coccolo il coniglietto di pezza. La aiuto a legarlo al suo petto e lei lo stringe e gli batte il sederino, dolcemente.
Tira un sospiro e gongola.
Io torno alle faccende in cucina.
Poi la sento cantare.
– Bam bam bam … Laraiam bam bam … Cikicikicikicikicikicì bam bam!
Sbircio. Dondola e canta questa melodia in dorico.
– Bam bam bam … Laraiam bam bam …
Gira su se stessa.
– Cikicikicikicikicikicì …
Si ferma.
– Bam bam!
Il cielo getta la luce di un tramonto lontano, oltre ogni palazzo e rumore di città.