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Passaggi di stato I

A volte mi chiedo quando diventiamo qualcuno. Se lo diventiamo, se lo siamo da sempre, se dipende dalle nostre stagioni, se conta solo se c’è scritto su un diploma.

Sono passati dieci anni dal giorno in cui per la prima volta sono entrata in una classe … sono stata “maestra musica”, sono stata semplicemente Valerie e poi prof.!

E in questi giorni devo presentare il mio CV per l’assegnazione della sede valida per i prossimi tre anni. Titoli, certificazioni, esperienze.

Ti vai chiedendo se non avresti dovuto aggiungere ancora qualcosa, se questa o quella esperienza o titolo vale a spiegare chi sei, quello che ami fare, cerchi di valutare la tua credibilità.

Certe notti resti sveglia a pensare, altre mattine ci pensi appena sveglia.

E il tempo va “sempre avanti”.

Allora l’unico pensiero che mi salva dalla spirale delle paranoie è sapere che ci sono i ragazzi o i bambini, quelli che ho incontrato e quelli che incontrerò.

Tutti.

Perché tutti lasciano dentro di te un seme, per crescere, per diventare quello che è necessario tu sia. Sono immagini, istantanee, massime, momenti … e tutti mi hanno insegnato qualcosa sull’essere un’insegnante.

 

Regalbuto Scuola Secondaria di I Grado 2015/16: l’iniziazione.

Le classi prime:

– Professoressa sono bello così?!

Le mani sul piano, le dita febbrili, la posizione: – Sto calma e suono. E se sbaglio?

– Giusto?

La timidezza di essere se.

– Ho amato il pianoforte quando ho ascoltato un mio amico suonare Per Elisa.

– Sono venuto a studiare a scuola ieri.

Signorina di poche parole.

– Mi sono esercitato! Con che pezzo comincio? Però … non l’ho tanto capito bene. Suono?

 

 

Le classi seconde:

– Professoressa ha ragione! Ci devo credere! Voglio suonare bene!

Solo un sorriso per mascherare il tremore delle dita.

– Buonasera professore’!!! Che faccio suono?

– Prof. c’è una sorpresa: ho comprato il pianoforte … mi esercitavo sul tavolo …

– Eh …? Ah vero! Però ho studiato!

 

Le classi terze:

– Lo so a memoria, ma batto il tempo con il piede … posso?

– Prof., io non ne suono musica lenta!

– Prof. senta questo! L’ho studiato da solo! Non è bellissimo!

Lei che finalmente inclina un po’ la testa e suona per sognare e si lascia andare e si commuove.

– Prof. vuole vedere un mio dipinto?

– Le prove? Che prove? Ah sì!

 

C’è un vantaggio reciproco, perché gli uomini imparano mentre insegnano. L. A. Seneca

 

 

Dormire…so(g)nare…

Foto di Valerie Condorelli
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Dopo tre ore di studio al pianoforte, Vladimir Horowitz faceva una lunga, lunga passeggiata solitaria nel verde. L’ho letto credo su una vecchia rivista del Reader’s Digest conservata tra le letture di mia nonna.
Una passeggiata necessaria per ritrovare la calma, per tornare ad avere una percezione di se terrena, concreta, prima di riprendere le relazioni e le azioni del vivere quotidiano.
Una regola molto saggia, ma molto difficile da mantenere in una vita comune.
Una lunga, lunga passeggiata solitaria nel verde. Mi viene in mente il giardino di Villa San Michele ad Anacapri. Non saprei immaginare altro luogo.
Ogni giorno o quasi, dopo tre ore di studio, apro la porta della mia stanza della musica e tutto è già lì che brama la mia presenza. Quel giardino segreto che guarda sul mare, lo lascio lì, tra le attese. E con le vibrazioni attaccate ancora dentro e fuori di me, riprendo la cura dei cari, il lavoro e le attività domestiche.
Non è facile.
La musica non ti lascia andare, è gelosa.
G.I. (un anno e sette giorni) lo sa, ma lei è come la musica.

Le regole del teatrino

Vivo in un piccolo comune ai piedi dell’Etna.

La sera, finite le faccende quotidiane, mia figlia ed io ce ne andiamo qualche ora al Parco Comunale, per godere dell’aria fresca della sera.

Ieri, al parco, c’era uno spettacolo teatrale per bambini.

A terra, sotto un piccolo teatrino di fattura artigianale, stuoie e tappetini colorati accolgono i bambini che desiderano assistere allo spettacolo.

Sono curiosa e mi fermo ad ascoltare.

Un giovane alto e bruno, in calzoni t-shirt e scarpe da tennis, presenta ai bimbi lo spettacolo.

“Tutti da piccoli inventiamo storie … io, anche se sono cresciuto, non ho smesso e vi racconterò una storia scritta da me!”

Prende tra le mani un libro illustrato e comincia la narrazione, mimando e imitando forme e voci dei personaggi.

I bimbi tutti attenti. Applausi dopo il finale.

Il giovane si nasconde dentro il teatrino ed ha inizio lo spettacolo vero e proprio. Preceduto da una piccola, interessante premessa.

Una ragazza, rotonda e olivastra, si avvicina ai bimbi ed enuncia “Tre regole fondamentali” per goderci lo spettacolo.

I bimbi ancora tutti attenti.

1. “Bisogna stare in … ? SILENZIO”

2. “Bisogna stare … ? SEDUTI”

Poi una piccola scenetta per smorzare la tensione, e appaiono dalle tende del teatrino due mani che mimano un ragno e piccione dispettoso.

3. “E la regola più importante? BISOGNA DIVERTIRSI!!!”

I bimbi ancora seduti, attenti. La ragazza esulta per incitare gli animi dei giovanissimi spettatori.

Poi la mia piccola si è innervosita: ci sono molte zanzare al parco quando fa tanto caldo e siamo tornate a casa.

Avevo molte idee su come dare inizio alle riflessioni in questo blog, ma alla fine questo episodio di vita quotidiana mi da il LA più intonato.

Le tre regole, alle quali i bambini vengono invitati ad obbedire durante lo spettacolo, sono in fondo condivise dalla ragione e dal costume comune. Siamo tutti stati infastiditi dallo squillo di un cellulare in sala, o dal brusio di qualcuno che perdendo interesse chiacchiera col vicino di poltrona, o dal crunch crunch di chi sgranocchia patatine, o dai soliti ritardatari.

Al Festival di Salisburgo mi è capitato di sentire una voce registrata che con tono gentile ma deciso invitava il pubblico ad assicurarsi di aver spento i telefoni cellulari e di rimanere in silenzio per la durata dello spettacolo, prima che entrasse in scena l’artista.

E nei Cinema Multisala, in genere un’animazione colorata e spiritosa fa le stesse raccomandazioni.

Perciò, perchè stupirsi in fondo: si tratta di buona educazione … certamente sì. Ma non solo.

Esiste forse anche un diffuso senso della sfiducia nei confronti del fruitore d’arte.

Nella Piazza della Residenza a Salisburgo, ogni estate vengono proiettate su un megaschermo i grandi allestimenti d’opera della stagioni degli anni precedenti, gratuitamente. Si ascolta Mozart, magari mentre un bimbo gioca vicino alla grande fontana (il cui getto d’acqua è chiuso per l’occasione) e capita che i turisti, ciondolando in piazza abbassino naturalmente la voce per non disturbare la visione; da lontano si sente il rumore degli zoccoli dei cavalli che tirano le carrozze turistiche e il clic clac delle macchine fotografiche. 

A Catania d’estate si va all’Arena, a vedere i film all’aperto. Qualche volta si sente qualcuno mettere a posto le pentole da una cucina aperta per il troppo caldo, in un palazzo vicino, o un automobile di passaggio. In genere però dai balconi regna un certo rispettoso silenzio domestico.

Nessuno fa caso a questi rumori di fondo, che diventano parte integrante dello spettacolo stesso.

Quello che voglio dire è che l’ascolto è un’azione naturale, una disposizione semplice che non ha bisogno di essere preparata. Se sta per succedere qualcosa è naturale che si rimanga fermi e in silenzio.

Perché allora ci raccomandiamo alle tre regole? Delle quali la terza in fondo è la più irragionevole.

“Bisogna divertirsi.” Da spettatrice mi sono sentita un po’ imbarazzata. Obbligata ad apprezzare lo spettacolo prima ancora di poterlo vivere.

Perché l’arte, tutta e in ogni sua forma ed espressione, è un’esperienza e come tale va interiorizzata e valutata, accolta tra i propri ricordi e trasmessa.

Credo che queste tre regole, così comuni e ragionevoli, siano alla base della crisi che oggi esiste tra l’arte e l’uomo.